San Severino: nuova pubblicazione di Raul Paciaroni su arma medievale

3' di lettura 29/05/2010 -

Sottolinearlo serve giusto a disilludere i più fantasiosi, ma gli storici lavorano con documenti d’archivio, non con script di sceneggiatori. “Un’arma dei bifolchi e dei contadini sanseverinati”, pubblicazione storica di Raoul Paciaroni per il Palio dei Castelli 2010, è l’esempio che illustra la dichiarazione: il Medioevo è quasi sempre meno cinematografico di come ce lo immaginiamo.



I testi e l’iconografia che gli storici estraggono dai patrimoni archivistici ci impongono la realtà fattuale di una vita e una civiltà – quella dei secoli bui, che troppe fonti hanno rivelato molto più vivida del nostro opaco terzo millennio – che faceva di necessità virtù. Quindi vesti spartane, armature essenziali, mezzi limitatissimi che le generali condizioni di povertà dettavano a una quota di cittadini e contadini e artigiani e guerrieri che si avvicinava con buona approssimazione alla totalità.


Da questa regola non erano esenti le armi: se per le più nobili – spade, balestre, pugnali, lance – si prospettava in tempi di pace un sicuro futuro di riciclo sotto le mani dei fabbri, per le povere l’origine era sempre quella di strumento di lavoro. Ma non sempre la destinazione restava invariata. Nell’annuale pubblicazione storica che Raoul Paciaroni offre alla città – quest’anno l’Associazione Palio che lo edita spegne la nona candelina di quest’interessante iniziativa culturale – fa luce su un oggetto la cui comparizione nelle cronache giudiziarie dell’epoca raramente è passata osservata dagli altri storici, un oggetto ora attrezzo, ma ora anche arma, ai più sconosciuto: lo stimulare.


Chi viene da origini agricole e ha vissuto almeno metà del secolo scorso, probabilmente l’avrà già sentito nominare. Magari, considerata l’estrazione preponderante a queste latitudini sul finire del millennio passato, c’è anche chi l’ha stretto in pugno ignaro di quale funzionalità alternativa quell’attrezzo possa aver assunto nei secoli. Sostanzialmente, era un bastone con un’estremità ferrata acuminata per stimolare i buoi al lavoro. Ovvio che, nel bisogno, essendo corpo contundente particolarmente maneggiabile, diventava un’arma a tutti gli effetti. Quindi non solo falci e accette – facilmente immaginabili come oggetti atti ad offendere – ma all’occorrenza questi ausili dei bifolchi si facevano validi strumenti di difesa e offesa. Un caso – in realtà molti casi, come la puntuale documentazione frutto della ricerca dello storico settempedano Paciaroni dimostra – di promozione ad arma vera e propria, quando la necessità lo imponeva e la situazione non offriva di meglio, di un oggetto di uso quotidiano, di un ferro del mestiere di chi per mestiere non faceva la guerra. Ma in quegli anni non c’era nella vita presenza più costante dello scontro armato e tutti erano più o meno sempre in guerra.


«Come già anni fa successe con un’arma vera, la balestra – commenta il Presidente dell’Associazione Palio dei Castelli Fabio Orlandani – questo di Paciaroni potrebbe essere uno spunto per dar vita a un nuovo gruppo storico in seno alla nutrita schiera del Palio dei Castelli. Se i balestrieri del Palio sono nati sulla scia del riscoperto gioco del tiro con la balestra a Sanseverino nel Quattrocento – ad opera, anche allora, del nostro storico –, non è fuori luogo, ora, allestire un’armata di bifolchi, stimulari in mano. Anzi, tecnicamente parlando, un gruppo così semplice da costituire – data l’essenzialità che lo contraddistingue – non ci è mai capitato. Lasciamo questa proposta ai margini dell’ennesimo tassello di storia patria che da un decennio Paciaroni regala al Palio dei Castelli, e il Palio alla città».








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 29-05-2010 alle 21:40 sul giornale del 31 maggio 2010 - 705 letture

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