Degrado nella Riserva del San Vicino, Baldini: "Fallimento plateale dell'Unione Montana"

04/09/2017 - Le immagini dei rifiuti abbandonati tra i faggi secolari e quelle dei fuochi accesi irresponsabilmente sui prati completamente secchi delle praterie del bellissimo altopiano di Canfaito, sono la dimostrazione lampante del degrado ed abbandono in cui è stata lasciata la Riserva naturale regionale dei monti San Vicino e Canfaito e quindi del plateale fallimento politico-amministrativo da parte del suo ente gestore: l’Unione Montana Alte Valli del Potenza ed Esino.

Quando nel 2009, anno in cui venne istituita la Riserva naturale di San Vicino - Canfaito, la Regione Marche decise di assegnare la gestione all’allora Comunità Montana, quasi tutte le associazioni ambientaliste contestarono tale scelta, in quanto, visti gli analoghi precedenti in altre aree protette, il rischio di un fallimento gestionale era altamente probabile. Avremmo preferito, infatti, che un’area protetta fosse affidata a dei professionisti esperti di gestione ambientale, come faunisti, botanici, biologi ecc… e non a politici senza alcuna esperienza in materia o, peggio, a quegli stessi sindaci dei comuni facenti parte la riserva, che a suo tempo ne ostacolarono in ogni modo l’istituzione…

I fatti avvenuti nei giorni scorsi e che si ripetono ogni mese ed ogni anno dal 2009 (leggi), dimostrano che avevamo perfettamente ragione! E non serve come giustificazione all’Unione Montana l’alibi della scarsità dei fondi destinati dalla Regione per la gestione dell’area protetta, perché per mettere in sicurezza il patrimonio ambientale e garantire una sua sufficiente vigilanza, di soldi ne servirebbero pochi e molte spese potrebbero essere risparmiate con l’attività di volontariato in collaborazione proprio con le associazioni ambientaliste.

Solo pochi mesi fa, infatti, proprio per impedire ai mezzi motorizzati, come moto da enduro o fuoristrada, di accedere senza autorizzazione nella Riserva e di scorrazzarvi in lungo e in largo, devastando prati e sentieri, avevamo proposto ufficialmente al presidente dell’Unione Montana il posizionamento nei principali varchi di accesso alla Riserva di sbarre di ferro, molte delle quali peraltro già presenti e che andavano quindi solo ripristinate. Insieme alle sbarre, suggerivamo anche la collocazione di dispositivi foto/trappola, per immortalare i furbetti che fossero ugualmente entrati nell’area protetta aggirando gli sbarramenti.

Per quanto riguarda Canfaito, proprio per limitare l’andirivieni di macchine e camper lungo la strada interna, fin nel cuore della faggeta, proponevamo il ripristino delle sbarre presenti presso il monumento, ed il pagamento di un pedaggio, nei mesi estivi, con un numero chiuso di accessi, come avveniva decenni orsono, per coloro che volessero arrivare con il proprio mezzo fino all’attuale parcheggio. Questa soluzione avrebbe avuto due pregi: il primo quello di limitare gli accessi alla faggeta ad un numero tollerabile per l’ambiente e gli animali, il secondo quello di incamerare dei soldi, da destinare poi alla sorveglianza stessa dell’area protetta. Inutile dire che queste proposte non sono state neppure prese in considerazione dal presidente e dalla giunta dell’Unione montana, né dal Comitato di Indirizzo della Riserva, che è una sua emanazione, peraltro con giustificazioni risibili, come quella che le sbarre di ferro fossero brutte ed antiestetiche… Come pure è stata rifiutata la nostra volontaria e gratuita collaborazione nell’organizzazione di corsi per la formazione di guardie ecologiche/ambientali, che potessero poi coadiuvare il compito dei carabinieri forestali e degli agenti della polizia provinciale nella vigilanza dell’area protetta.

La verità è che l’attuale amministrazione dell’Unione Montana, come la precedente, si è di fatto piegata ai ricatti ed alle intimidazioni di allevatori, cacciatori, fuori stradisti e in genere, di tutti coloro che non hanno mai accettato l’istituzione della Riserva naturale, vista come limitazione e impedimento ai loro egoistici interessi e passatempi. Ma si è anche piegata ai voleri dei proprietari terrieri, in primis all’Istituto per il sostentamento del clero della Diocesi di Camerino e San Severino, proprietario sin dal medioevo di Canfaito, che ha sempre sfruttato l’altopiano per ricavarne reddito, prima percependone l’affitto dai cacciatori quando c’era l’Azienda Faunistico Venatoria, ed ora ricevendolo dall’Unione Montana, gestore della Riserva naturale (si legga per questo la Delibera n. 29/17 dell’Unione Montana).

Il “concetto” che l’Unione Montana ha della gestione di un’area protetta, in particolare del Pianoro di Canfaito, è infatti quello di favorirvi un turismo basato sulla “braciolata” e sul pic-nic, come si evince testualmente sempre nella Delibera n. 29/17: “far sì che la popolazione non senta la riserva come un’oppressione o un assommarsi di vincoli ma bensì come un ambiente da amare, da vivere con rispetto e da salvaguardare, alla luce delle richieste pervenute da gruppi scout e da appassionati del luogo, affezionati a trascorrere un soggiorno in detto Pianoro particolarmente affascinante per la sua bellezza paesaggistica, la tranquillità e la salubrità dell'aria…”. Con quali risultati, abbiamo poi visto…

E’ per questo che chiediamo alla Regione Marche di mettere in atto quanto riportato alle pagg. 22 e 24 del Programma quinquennale delle Aree protette 2016 - 2020, dove viene auspicato che tra il Parco della Gola della Rossa e Frasassi e la Riserva del San Vicino e Canfaito, vista la loro contiguità territoriale, si arrivi ad una “pianificazione unitaria” degli interventi e degli strumenti a tutela della biodiversità, promuovendo azioni a carattere gestionale degli ecosistemi, in coerenza con il SIT regionale. L’auspicio, quindi, è che si arrivi prima possibile all’unificazione delle due aree protette, ed alla loro gestione unitaria da parte di un Ente Parco sovracomunale, che eliminerebbe i veti ed i ricatti dei piccoli comuni, superando di fatto i localismi e le meschine rendite di potere dei loro sindaci.

L’ambiente e gli animali selvatici sono infatti un patrimonio collettivo di tutti i cittadini, anche e specialmente di coloro che non hanno la fortuna di risiedere in un’area protetta. Quindi i parchi e le riserve naturali non possono diventare ostaggio di potentati politici locali o persino di lobbies e di privati che ne sfruttano le grandi potenzialità unicamente per conseguire i propri scopi ed interessi egoistici e personali.


da Danilo Baldini
Delegato LAC Marche






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 04-09-2017 alle 11:38 sul giornale del 05 settembre 2017 - 1388 letture

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