Il chimico camerte Costanzi da Washington: "L'assalto al Campidoglio ha scosso gli americani"

11' di lettura 10/01/2021 - Dall’Ovest ad Est, sono diversi i camerti che lavorano e vivono negli Stati Uniti, dove sono arrivati con pieno merito a conquistarsi un ruolo importante nel settore scientifico, sia come docenti che ricercatori.

Fra i più giovani troviamo il chimico Stefano Costanzi, nato e cresciuto a Camerino, dove si è laureato in Chimica ad Unicam e dove ha successivamente conseguito un dottorato in Chimica del Farmaco. Ora vive con la sua famiglia (moglie e figlia) negli Stati Uniti dal 2002, precisamente a Washington, dove ha prima lavorato come ricercatore presso il National Institutes of Health (NIH) e ora è docente presso il Dipartimento di Chimica della American University, a Washington DC. Alla American University Costanzi ha completato i suoi studi con un master in Servizi Internazionali. Oltre che di chimica biologica e farmaceutica, attualmente si occupa dello sviluppo di soluzioni atte a promuovere la completa eliminazione delle armi chimiche a livello internazionale.

La capitale statunitense è stata di recente al centro della burrascosa, tragica e forzata uscita di scena dell’ex presidente Donald Trump, con l’assalto a Capitol Hill, cosa mai accaduta nella storia degli Usa e che ha sorpreso in modo clamoroso anche il docente camerte che vanta la doppia cittadinanza.

Vivendo in America da anni come giudica questa resistenza di Trump ad uscire di scena e l’assalto al Campidoglio sul quale restano molte perplessità, considerato che fino ad ora solo sui film si era riusciti a violarne le misure di sicurezza, apparse troppo fragili nei giorni scorsi?
“Gli ultimi quattro anni sono stati caratterizzati da una crescente profonda divisione tra i due schieramenti politici, con una retorica dai toni molto accesi. Era chiaro che l’elezione presidenziale sarebbe stata una sfida con esito sul filo del rasoio. Il fatto che, a causa della pandemia in atto, molti americani abbiano votato per posta ha contribuito a creare un clima di incertezza riguardo i risultati. Il partito democratico ha vinto non soltanto la presidenza, ma anche la maggioranza alla camera dei rappresentanti ed al senato. Quest’ultima, incerta fino all’ultimo, è stata aggiudicata dalla conclusione dei ballottaggi per i due senatori della Georgia la sera del 5 gennaio. I due candidati democratici sono risultati vittoriosi, seppure con margini sottilissimi. Come noto, il giorno seguente, mentre il Congresso si accingeva a sancire la vittoria elettorale di Joe Biden, con il presidente uscente ancora intento a disputare il risultato delle elezioni, il Campidoglio è stato preso d’assalto da uno scellerato gruppo di rivoltosi, con tragiche conseguenze. In seguito agli eventi del 6 gennaio, Trump ha assicurato che la transizione dei poteri avverrà in maniera normale e pacifica il 20 gennaio. Sicuramente un intervento poco tempestivo. Sarebbe stato molto meglio se avesse abbassato i toni della sua retorica prima che si arrivasse a tanto, riconoscendo la vittoria elettorale dell’avversario. Avrebbe evitato questa tragica ed assurda escalation. A questo punto si sente un gran bisogno di una distensione dei rapporti tra le due fazioni in cui la società americana è spaccata. E’ un processo che richiederà del tempo”.

Qual è stata la reazione degli americani a questa clamorosa e purtroppo tragica situazione, definito come un attacco al simbolo assoluto della democrazia?
“Una reazione di assoluto sconcerto. Quanto accaduto il 6 gennaio ha indubbiamente scosso la popolazione americana. La democrazia americana tuttavia non è stata scalfita dall’assalto al Campidoglio. Il Congresso ne ha dato dimostrazione riunendosi di nuovo in aula dopo poche ore, non appena normalizzata la situazione. La vittoria elettorale di Joe Biden è stata proclamata a tarda notte. Si è voluto dare un chiaro segno del fatto che atti violenti di questo tipo non hanno possibilità alcuna di interferire con i processi democratici”.

Che differenze ha trovato in questi anni vissuti in America fra la democrazia Usa e quella italiana?
“Negli Stati Uniti lo scenario politico è chiaramente diviso in due schieramenti, il Partito Repubblicano e quello Democratico. L’Italia, dalla fine della prima repubblica, sta intraprendendo un percorso in questa direzione, anche se la situazione è ancora piuttosto frastagliata. Una differenza importante tra i due paesi è che, essendo gli Stati Uniti una federazione, ampi poteri sono devoluti ai singoli Stati. Tra l’altro, ogni Stato ha completa autonomia per quanto riguarda la gestione dei processi elettorali, anche per le elezioni presidenziali. Tutto ciò ha forse contribuito, in parte, alla percepita incertezza riguardo i risultati delle ultime elezioni”.

Sia dal punto di vista professionale ed anche da chimico che idea si è fatto sul virus Covid-19?
“Come noto, il Covid-19 è causato da un Coronavirus nuovo nei confronti del quale, fino all’anno scorso, nessuno aveva sviluppato anticorpi. Questo, insieme all’alta contagiosità del virus e la mortalità della patologia da esso causata, ha dato luogo ad una pandemia che ha trovato il mondo impreparato. La speranza è che da questa vicenda possano essere tratte delle lezioni utili non solo a minimizzare il rischio di un’occorrenza futura di simili eventi, ma anche a predisporre mezzi e protocolli idonei ad affrontare in maniera più efficace simili situazioni, qualora dovessero riverificarsi”.

Come ha vissuto questo anno di pandemia in Usa dove l’altro evento di grande interesse mondiale sono state le elezioni presidenziali ed in che modo viene trattata la vicenda Covid italiana negli Usa?
“Ho vissuto la pandemia in modo piuttosto simile a come è stata vissuta in Italia. A Washington abbiamo avuto un periodo di lockdown, che è stato poi seguito da una graduale riapertura. Al momento, c'è ancora l’obbligo di indossare mascherine anche all’aperto e ci sono consistenti restrizioni per ristoranti, esercizi commerciali, eventi sportivi e tutto ciò che comporterebbe assembramenti, soprattutto al chiuso. Alla American University, le nostre attività sono proseguite senza soluzione di continuità in modalità virtuale. Dalla fine dell’estate, abbiamo posto in atto un programma di graduale riapertura che, anche grazie ai vaccini, speriamo di poter completare quanto prima. Gli Stati Uniti hanno seguito da vicino la situazione del Covid-19 italiana, soprattutto durante le fasi iniziali. C'è stata sicuramente molta ammirazione per come l’emergenza è stata gestita”.

Nella corsa al vaccino gli USA sono arrivati per primi, insieme agli altri paesi anglosassoni come l’Inghilterra che però ha sfruttato la strada privilegiata dall’uscita dall’Europa. E’ solo merito del maggior investimento statale nei confronti della ricerca o c’è altro?
“I grossi investimenti, sia pubblici che privati, nei confronti della ricerca scientifica, la presenza di colossi dell’industria farmaceutica e biotecnologica e l’esistenza di infrastrutture avanzatissime per la ricerca sia di base che clinica hanno sicuramente contribuito in maniera sostanziale allo sviluppo dei vaccini contro il Covid-19 in tempi così rapidi. I due vaccini che sono già stati approvati negli Stati Uniti sono basati su una tecnologia completamente nuova rispetto a quella dei vaccini tradizionali. Per gli addetti ai lavori, sono vaccini ad mRNA. Sono i primi vaccini basati su questa tecnologia ad essere approvati per uso sugli umani. Indubbiamente un risultato molto importante, accelerato dagli sforzi posti in essere per superare la pandemia tuttora in corso. Al di là del Covid-19, a questo punto, ci si aspetta che vaccini basati sulla stessa tecnologia possano essere presto sviluppati contro molte altre malattie, non solo virali”.

Riuscire a conquistare un ruolo di docente in una università come quella di Washington è un bel traguardo, cosa l’ha spinta a sceglier gli Usa, prima professionalmente e poi per vivere?
"Sono approdato negli USA tramite una collaborazione tra il gruppo di ricerca col quale lavoravo all'Università di Camerino e dei colleghi dei National Institutes of Health. Pensavo inizialmente di trattenermi per un periodo piuttosto limitato. Poi, una serie di circostanze personali, così come delle buone opportunità di lavoro che si sono presentate, mi hanno spinto a rimanere a Washington. Ho lavorato presso il National Institutes of Health per dieci anni. Poi, nel 2012, mi sono spostato alla American University come docente presso il Dipartimento di Chimica”.

Per la città e l’ateneo camerte è un motivo di orgoglio avere un suo concittadino in un ruolo importante in una delle più prestigiose università americane. Nella ricerca in generale, che tipo di collaborazioni ci sono tra gli atenei americani e quelli europei e quali rapporti di lavoro ci sono tra la American University di Washington e quella di Camerino?
“Ci sono sicuramente forti rapporti di collaborazione transoceanica tra gli atenei americani e quelli europei ed italiani. Nel mio caso ho sempre mantenuto stretti legami con i colleghi italiani e con quelli dell'Università di Camerino in particolare, che si sono concretizzati in frequenti scambi di idee, organizzazione di eventi, ed anche pubblicazioni scientifiche. Per me è sicuramente un motivo di orgoglio l’essermi formato nell'Università di Camerino. Dal canto loro, gli amici e colleghi dell'Università di Camerino hanno sempre manifestato stima ed apprezzamento nei miei confronti”.

L’ateneo di Camerino, da dove il prof. Stefano Costanzi è partito come Chimico sta per dotarsi a breve di un nuovo e moderno dipartimento di Chimica in zona Madonna delle Carceri, a conferma che l’investimento nella ricerca e nelle materie scientifiche sono una branca importante del suo sviluppo e per la crescita della didattica. Lei è una conferma della tradizione scientifica e della ricerca di Unicam. Quale strada può indicare ai futuri chimici per arrivare a realizzarsi?
“L'Università di Camerino è indubbiamente un ateneo di altissima qualità, sia per quello che riguarda la didattica che la ricerca. Nel 2016 ho portato a Camerino, al congresso sui recettori organizzato dal Prof. Mario Giannella, Robert Lefkowitz, premio Nobel per la Chimica nel 2012. L'Università di Camerino gli ha conferito una laurea honoris causa in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche. In quell’occasione, il messaggio di Lefkowitz per i giovani è stato quello di dare sempre il massimo di sé stessi e, soprattutto, non aver paura di osare. Faccio mio questo messaggio e lo rilancio agli studenti dell'Università di Camerino”.

A cosa sta lavorando attualmente nel suo campo specifico, oltre che nell’insegnamento?
“Le mie attività di ricerca principali sono rivolte nei confronti dello sviluppo di soluzioni, sia tecniche che politiche, per limitare la diffusione di armi chimiche e favorire il completamento del processo di disarmo chimico a livello internazionale. In particolare al momento sto lavorando ad un progetto di ricerca, che coinvolge anche un prestigioso centro studi basato a Washington DC, diretto verso lo sviluppo di un sistema informatico che possa contribuire a controllare in maniera più efficace l’esportazione di sostanze chimiche che pongono un rischio per la proliferazione di armi chimiche. A fianco a questo tipo di ricerca, che coniuga i miei interessi sia nei confronti della chimica che delle relazioni internazionali, continuo a lavorare anche nel campo della chimica biologica e farmaceutica. In particolare, mi occupo dello sviluppo di metodologie atte a progettare razionalmente nuovi potenziali farmaci tramite computer”.

Come ha trascorso le festività a Washington e con quali restrizioni?
“Le ho trascorse a casa, in famiglia. Di solito, passiamo il Natale con la famiglia di mia moglie nel New Jersey o con la mia famiglia a Camerino. Quest’anno, abbiamo deciso di non viaggiare. Comunque, le piattaforme di comunicazione multimediale ci hanno consentito di condividere questi giorni di festa con familiari ed amici”.

Come sta andando la campagna vaccini e qual è il cronoprogramma degli americani per arrivare all’immunità di gregge?
“La campagna di vaccinazione è già iniziata. Al momento, gli operatori sanitari ed i residenti delle case di riposo stanno ricevendo il vaccino. Si prevede che i vaccini possano essere disponibili nelle farmacie per la popolazione generale adulta a partire da aprile. A quel punto la rapidità del raggiungimento dell'immunità di gregge sarà condizionata dal numero di adulti che saranno disponibili a ricevere il vaccino da subito, oltre che dall’approvazione di vaccini che possano essere somministrati anche ai bambini”.

Quali sono tutt’ora i suoi rapporti con Camerino, famigliari parenti e amici e cosa può augurare loro per questo 2021 appena iniziato?
“A Camerino ho la mia famiglia e moltissimi amici che mi fa sempre molto piacere rivedere. Cerco di venire almeno una volta l’anno. L’augurio, in questo momento, non può essere altro che quello che la pandemia che stiamo vivendo possa essere superata al più presto e che la vita di tutti possa normalizzarsi quanto prima”.


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 10-01-2021 alle 21:13 sul giornale del 11 gennaio 2021 - 902 letture

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