Matelica: wwf, dissesto idrogeologico

wwf 5' di lettura 07/03/2011 -

Ci ritroviamo ancora a dover commentare l’ennesimo disastro alluvionale del nostro Bel Paese, ma stavolta a farne le spese è stata la nostra Regione che, per chi non lo sapesse, è a rischio di dissesto idrogeologico per il 99% del suo territorio, quindi fra le primissime in Italia.



E come di consueto accade in queste tristi occasioni, le colpe del disastro vengono addossate principalmente all’eccezionalità dell’evento, ai mutamenti climatici, come sostenuto autorevolmente dal nostro presidente regionale Spacca o, più semplicisticamente, alla mancata ripulitura dei fiumi e dei corsi d’acqua. In realtà non è affatto vero che in passato nelle Marche non fosse mai piovuto così tanto ed in così poco tempo (250 mm. di pioggia in 48 ore nelle aree più colpite del fermano – Fonte Assam). Come non è vero che il fenomeno, sia pure eccezionale, non fosse stato previsto con largo anticipo dagli organi competenti. Posso assicurare, infatti, che i principali centri meteorologici nazionali avevano già con diversi giorni di anticipo previsto la situazione potenzialmente pericolosa per l’area compresa tra le Marche e l’Abruzzo, azzeccando anche i quantitativi di pioggia che ivi sarebbero caduti, come pure la Protezione Civile aveva nelle 24 ore precedenti diramato l’allerta meteo sempre per quelle zone. Il quadro meteorologico che si andava prospettando, infatti, con una confluenza tra aria umida proveniente da scirocco ed aria più fredda proveniente dalla Russia, è sicuramente quello più penalizzante per le Marche e per l’Abruzzo, Regioni “scoperte” sul lato est del mare Adriatico e “chiuse” ad ovest dagli Appennini. Oltretutto era stato anche previsto che questa situazione sarebbe stata “bloccata” per più giorni, amplificando quindi la portata delle precipitazioni sulle stesse aree. Il fatto poi che la manutenzione dei fiumi non venga più fatta come una volta non può essere certamente il motivo scatenante di questi disastri, anche perché è stato dimostrato che gli interventi sui corsi d’acqua eseguiti con mezzi meccanici (ruspe, escavatrici ecc…) finiscono addirittura con il peggiorare la situazione, aumentando la velocità dell’acqua, che arriva poi a valle con maggiore irruenza, causando quindi ancora più danni.

La verità è che se un evento simile fosse accaduto (come è accaduto) 50 o 60 anni fa, non avrebbe causato alcun danno e tantomeno nessuna vittima, per il semplice motivo che l’acqua non avrebbe incontrato alcun ostacolo antropico lungo il suo corso. Questo perché, proprio a partire da 60 anni fa, la maggior parte delle aree golenali di esondazione dei fiumi italiani, come anche le nostre coste, in quanto pianeggianti e quindi “comode” ed “appetibili” ad essere urbanizzate, sono state interamente occupate dalla costruzione di capannoni industriali ed artigianali, strade, centri sportivi, interi quartieri residenziali ecc… Il risultato è stato quello di una selvaggia, quanto miope, opera di cementificazione ed impermeabilizzazione del territorio, fin sulle sponde dei fiumi, ridotti in molti casi a veri e propri canali artificiali dove scorre acqua, molto spesso inquinata dagli scarichi delle stesse industrie! Non era quindi solo per una maggiore difendibilità da attacchi nemici che i nostri saggi antenati amassero edificare i loro paesi su alture e colline, malgrado le aree vicino ai fiumi fossero più comode e fertili. (Infatti il comune di Sant’Elpidio a Mare è in collina, mentre la moderna frazione di Casette d’Ete, dove ci sono stati i morti ed i maggiori danni, si trova proprio lungo il fiume Ete). Essi, infatti, sapevano benissimo che prima o poi il fiume reclama il suo spazio naturale di esondazione e, quando lo fa, travolge qualsiasi ostacolo trovi sul suo percorso che lo conduce al mare. Per non parlare poi che, sempre a partire dagli anni ’50, anche le nostre colline e campagne sono state stravolte dall’avvento di un’agricoltura intensiva e monoculturale e dall’utilizzo di trattori e mezzi agricoli sempre più grandi e sofisticati, che hanno determinato la distruzione delle siepi naturali e dei filari e l’eliminazione delle canalizzazioni di scolo, innescando di fatto un processo di dissesto idrogeologico “a catena”, dalla montagna al mare.

Proclamare quindi lo stato di “calamità naturale” in tutta la Regione, per ricevere aiuti economici dallo Stato, non serve certo a far risuscitare i morti, ed è ben poca cosa per chi nel disastro ha perso tutta la propria attività economica. Ma soprattutto è ingiusto nei confronti di tutti gli altri cittadini che non hanno responsabilità nell’accaduto e che si ritroveranno invece a pagare nuove tasse per contribuire al risanamento delle aree disastrate. I veri responsabili e cioè gli amministratori di quei Comuni ed i loro tecnici comunali che hanno urbanizzato e reso edificabili aree dove non si sarebbe dovuto costruire neppure una baracca, invece non verranno mai perseguiti e non pagheranno mai un euro di risarcimento a coloro che in quelle aree avevano investito inconsapevolmente tutti i loro risparmi. Essi non rischieranno certo di morire ammazzati come l’eroico sindaco “verde” di Pollica, Angelo Vassallo, assassinato proprio perché si opponeva alla cementificazione selvaggia delle coste del Cilento. Anzi, come si è visto nel recente terremoto abruzzese, saranno poi sempre i soliti “furbetti” a guadagnarci sopra, ed a speculare sugli infiniti disastri che continueranno a funestare il nostro Bel Paese, intervenendo direttamente o indirettamente nella ricostruzione di tutto ciò che verrà distrutto. Tanto alla fine le colpe verranno comunque addossate ai cambiamenti climatici ed alle “pazzie” della natura…






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 07-03-2011 alle 20:03 sul giornale del 08 marzo 2011 - 734 letture

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