La Pasqua ieri e oggi, di Don Vincenzo Bracci per i lettori di viverecamerino.it

pasqua 4' di lettura 18/04/2014 - La domenica fu la primitiva celebrazione pasquale ripetuta settimanalmente. Solo nel corso del primo secolo nacque la celebrazione annuale della Pasqua cristiana e divenne così importante che Tertulliano sconsiglia ad una donna cristiana di sposare un pagano anche solo per il rischio di non poter partecipare alla veglia notturna.

La veglia pasquale, infatti, per il mistero che celebra, è l’assemblea ecclesiale per eccellenza. E’ con questa ferma convinzione che ancora i concili medievali insistono perché non si celebri la Pasqua nelle chiese private, ma possibilmente nella Cattedrale sotto la presidenza del vescovo. S. Agostino insiste perché si passi tutta la notte vegliando, poiché, vincendo il sonno, che è l’immagine della morte, meglio si esprime la vittoria di Cristo sul nemico dell’uomo e l’ingresso del cristiano nella vita dove non c’è più sonno, né morte. Secondo la più antica tradizione e lo studio comparato delle diverse famiglie liturgiche, due sono gli elementi essenziali della veglia pasquale: la liturgia della parola e la messa della resurrezione. La liturgia della parola ha lo scopo di far rileggere la storia della salvezza alla luce della morte e risurrezione di Cristo. E’ poi nell’Eucarestia che il cristiano partecipa pienamente al mistero pasquale. A questi due elementi essenziali si sono aggiunti in seguito la celebrazione del Battesimo, il lucernario e la benedizione del fuoco. Accendere una luce nella notte è sempre stato un gesto che infonde gioia e speranza. Questa azione pratica e quotidiana, che già per gli Ebrei aveva assunto una dimensione religiosa, per i cristiani divenne un simbolo di Cristo, vincitore delle tenebre. Già alla fine del IV secolo questo rito popolare, ereditato dalla liturgia familiare ebraica (lucernario), assunse le ampie dimensioni che ancora oggi fanno dell’accensione del cero un momento altamente sentito nella veglia pasquale. Da notare che le numerose lodi al cero, che suscitavano le critiche aspre di S. Girolamo, erano liriche di carattere molto popolare, in cui le folle si riconoscevano. La benedizione del fuoco nuovo pare essere sorta dalla sacralizzazione del gesto pratico di accendere un lume all’inizio della veglia notturna per poter leggere. Il fuoco doveva essere per forza nuovo in quanto alla sera del Giovedì Santo venivano spente tutte le luci. Il primo documento che attesta la benedizione del fuoco è il Pontificale Romano del XII secolo. La processione invece con le candele accese è una tradizione che risale alla liturgia pasquale celebrata nella basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme attorno al IV secolo.

Viviamo la Pasqua. La celebrazione della notte pasquale è (o dovrebbe essere) la manifestazione liturgica più alta della Chiesa. In realtà certe messe funebri raccolgono più persone che non la veglia pasquale. Se da una parte si sentono gli effetti dell’esodo turistico pasquale, dall’altra la celebrazione stessa non è un forte richiamo per la comunità cristiana. Nessuno si sente di sopportare una pesante serie di letture e gesti accostati, incapaci di coinvolgere l’assemblea. Si preferisce tutto sommato la messa solenne del giorno seguente. Evidentemente c’è qualcosa che non va sia nella struttura liturgica, sia nel modo di preparare e celebrare quella che dovrebbe essere la celebrazione tipica di tutta la liturgia cristiana. E’ necessario porsi al lavoro per fare della veglia pasquale un’autentica festa di popolo, uno scoppio di gioia e di speranza di tutta una comunità in festa. Forse abbiamo talmente perso la dimensione autentica della festa, che riportare nella liturgia certi elementi popolari di gioia ci pare una dissacrazione. Eppure all’origine il fuoco, il lucernario, la processione, l’“exultet”, furono elementi popolari inseriti nella liturgia. Con intelligente spirito pastorale-liturgico e con un po’ di illuminata fantasia, non mancano nella veglia pasquale gli elementi adatti per fare una vera festa: il fuoco, l’acqua, il pane, il vino, il canto, la musica, l’ora insolita, i primi fiori di primavera e soprattutto il messaggio di Cristo risorto che non può non aprire il cuore alla speranza e alla gioia.


   

di Don Vincenzo Bracci

Parroco Chiesa di Santa Teresa - Matelica







Questo è un articolo pubblicato il 18-04-2014 alle 14:54 sul giornale del 19 aprile 2014 - 616 letture

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