E' ora di recuperare l'abbazia di Roti

Abbazia di Roti Matelica 3' di lettura 10/08/2015 - Non c'è altro tempo da perdere. E' arrivato il momento di rilanciare l'abbazia Santa Maria de Rotis e pensare ad un progetto condiviso da tutti per il suo riutilizzo.

La struttura, che ora versa in un pessimo stato di conservazione (vedi foto), appartiene al demanio e fa parte, con i suoi terreni circostanti, della riserva del San Vicino. Immerso nel verde e nella più assoluta tranquillità appenninica, del complesso si hanno notizie già dal 1165. Il modello di costruzione probabilmente è quello dell'abbazia di Valdicastro: i due edifici infatti erano simili ed adibiti più o meno alle stesse funzioni.

Erano simili: quando si parla dell'abbazia di Roti il passato è d'obbligo. Quello che rimane oggi di questa spettacolare costruzione infatti è semidistrutto e ricoperto dalla vegetazione. Se si vuole fare qualcosa per il recupero insomma, bisogna farlo presto.

Ed è in quest'ottica che si inserisce il convegno di sabato 8 agosto svoltosi presso la sala Boldrini di Palazzo Ottoni a Matelica. Il Comune, il circolo Legambiente Valle dell'Acquerella ed il comitato di Braccano, hanno voluto accendere i riflettori su questa complicata situazione, spiegando ai presenti l'importanza storica dell'abbazia ed un eventuale progetto di recupero.

Tornare a parlare dell'area non può che fare del bene: da anni infatti l'immobilismo delle istituzioni su questa struttura è allucinante. Lo stato d'abbandono è la testimonianza della mancanza di fondi, ma soprattutto della voglia di fare. Santa Maria de Rotis infatti può ripartire dalle piccole cose per poi, con il passare degli anni tornare un punto di riferimento per il turismo e l'agricoltura della zona.

Due le idee presentate ufficialmente sabato. La prima, quella più immediata e realistica viene dal mondo dell'apicoltura. All'interno dell'abbazia infatti si trovano alcuni sciami unici al mondo per la resistenza alla varroa (batterio che seminò il panico tra i raccoglitori di miele nel 1983). Questi alveari hanno permesso di far conoscere a livello nazionale la struttura: c'è infatti un progetto, spinto anche dalla regione Marche, che prevede l'installazione di alcune postazioni per la fecondazione delle api proprio presso Roti. Si creerebbero 4-5 posti di lavoro e l'area verrebbe in qualche modo presidiata e 'rimessa al mondo'.

La seconda idea invece è molto più ambiziosa. Tutto parte dal presupposto che la zona intorno all'abbazia comprende circa 500 ettari di terreno in porzioni coltivabili e fa parte del cosiddetto 'Tibet d'Europa' per concentrazione di altre strutture religiose isolate dalla frenetica vità cittadina. Da questi due punti di partenza l'idea si articola tra agricoltura e turismo. Creare insomma un'azienda agricola gestita magari solo dagli abitanti di Braccano e ristrutturare al minimo l'edificio per farne una meta del turismo lento e religioso. Dalle coltivazioni a km 0 alla riscoperta di se stessi in una parte di pianeta completamente isolata dal resto. Gli esempi di successo ci sono già in tutto il mondo, ma non dalle nostre parti. Contenere i costi, pazienza, gestione locale e turista che partecipa alla ricostruzione (modello 'ora et labora'), alcuni dei requisiti per il successo di questa grandiosa, quanto temeraria, iniziativa.

Ci auguriamo che questi progetti non rimangano solo sulla carta. Invitiamo anche i nostri lettori a pensare e proporre, commentando questo articolo, illuminazioni sostenibili su questa vicenda. Mettere online spunti e proposte non costa niente, ma soprattutto pone ancora l'accento su una problematica che va risolta al più presto per non veder scomparire in silenzio una delle abbazie più suggestive del centro Italia.

(Vedere per credere: ecco alcune foto scattate qualche mese fa presso l'abbazia di Roti. Clicca sulle immagini per ingrandire)








Questo è un editoriale pubblicato il 10-08-2015 alle 12:09 sul giornale del 11 agosto 2015 - 1309 letture

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