Deformazione rocciosa sopra Valdiea, Materazzi: "Va monitorato, evolve lentamente" (foto)

6' di lettura 15/09/2017 - La montagna che sovrasta a sud il lato della superstrada 77 Valdichienti in località Valdiea di Camerino, di fronte alla fortezza di Rocca Varano, ha visto riattivarsi un movimento franoso di tipo deformativo, che va tenuto sotto controllo e monitorato.

Nel tempo ed a seconda dei fenomeni naturali che possono verificarsi potrebbe costituire un pericolo per l’arteria viaria. Il rischio non è imminente, ma l’appello che viene dall’Aigeo, (l’Associazione Italiana di Geografia Fisica e Geomorfologia) è quello di monitorare l’evoluzione del fenomeno. Dopo l’ultimo e devastante terremoto del 2016 sulla stessa montagna si sono riattivate delle fratture, che vanno dai 20 ai 40 centimetri di larghezza fino ai 50- 60 metri di lunghezza, con una profondità fino di quasi 6 mt. In questi giorni, tali fenomeni sono al centro di un convegno di studio di giovani geologi, organizzato dall’Aigeo e la Facoltà di Scienze della Terra di Unicam, che ha nei suoi docenti-ricercatori Giuseppe Pambianchi e Marco Materazzi, rispettivamente il presidente e il segretario.

Già in passato, come è stato analizzato dal tipo di roccia trovate a valle e dalle vistose avvallature cretesi a monte la zona era soggetto a movimenti franosi e pare che circa 30.000 anni fa una grossa frana da quel versante avesse ostruito il fiume a valle fino a creare un lago che arrivava all’altezza di Pieve Torina. Gli studiosi ed i giovani studenti geologi, stanno analizzando anche le altre tipologia di fenomeni naturali che si sono riavviati dopo il forte sisma di circa un anno fa.

In cosa consiste questo pericolo di frana a Valdiea? “In realtà è un fenomeno chiamato “deformativo” - dice il ricercatore di Unicam Marco Materazzi – che per noi geologi non è una frana vera e propria, ma una deformazione di un grosso volume di versante, di roccia, che si deforma molto lentamente. Quindi non dobbiamo aspettarci una frana di quelle tipiche che siamo abituati a vedere. Ciò non toglie che questo sia un fenomeno molto grande, parliamo di circa un milione di metri cubi di materiale, teoricamente in deformazione."

Come evolvono questi fenomeni? “Progrediscono molto lentamente, durante i terremoti (e ne abbiamo avuto una riprova dopo quello dello scorso anno) infatti abbiamo notato delle spaccature nella parte alta nella montagna interessata. Crepe che si sono aperte anche di qualche decina di centimetri. Questi fenomeni qualche volta hanno delle riattivazioni, poi hanno dei lunghi periodi in cui possono rimanere fermi. Per cui noi non siamo in grado di capire effettivamente quale sarà l’evoluzione. Per questo necessitiamo di un monitoraggio in quanto il fenomeno è interessante, anche per certi versi preoccupante, anche perché insiste su una grossa opera viaria, che è la Superstrada 77 Valdichienti. A maggior ragione noi riteniamo che debba essere messo sotto controllo, magari con degli strumenti che permettono anche di notare e apprezzare piccoli spostamenti e variazioni”.

Quali sono le dimensioni dell’area che avete sondato? “Diciamo che è un versante lungo più di un chilometro, per un volume di circa 1 milione di metri cubi di materiale stimato, o di volume di roccia che si deforma, in quanto, in realtà, non è una vera frana e non parliamo di un distacco di cui vediamo lo spostamento, quanto di una massa, che molto lentamente (parliamo in termini di millimetri) si deforma nel tempo e soprattutto in occasione di eventi sismici.”

Che evoluzione ha avuto dall’ultimo terremoto ad oggi? “Non siamo in grado di dirlo, perché non abbiamo istallato alcuna strumentazione che ci permette di definire lo stato di evoluzione. Questo è quello che ci auspichiamo per il futuro. Dopo il terremoto abbiamo solo notato delle spaccature, che interessano coltri superficiali e che parzialmente si sono richiuse con le nevicate dello scorso inverno. Quindi non siamo in grado di apprezzare se questo fenomeno sta andando avanti perché viene mascherato dalle normali dinamiche.”

Di cosa è formata questa montagna e quali sono le sue caratteristiche? “Questa è una roccia calcarea, una formazione che chiamiamo la scaglia rossa. Un tipo di roccia calcarea abbastanza compatta, molto resistente. Quindi possiamo dire che una frana che si muove come un grosso blocco. Non si tratta di un materiale sciolto, che tende a fluire come se fosse una colata”.

Rischi imminenti e grossi quindi non ci sono? “Secondo noi rischio imminente non c’è. Però, a maggior ragione, visto quello che abbiamo notato dopo il terremoto, va monitorato, se non altro per conoscere l’evoluzione, che potrebbe essere molto lenta, ma se comunque, anche un’evoluzione lenta può portare un danno, perché con una superstrada così, al di sotto di questo fenomeno, anche piccole deformazioni, piccoli danni, comportano dei costi per la sistemazione. Magari non per un periodo immediato e per le vite umane, però nel momento in cui una massa di questa portata si mette in moto, ha delle ripercussioni economiche molto importanti”.

Sono stati rilevati movimenti simici anche in altre montagne dopo l’ultimo terremoto? “Di questi fenomeni deformativi ce ne sono diversi nel nostro Appennino – conclude Materazzi - anzi, diciamo molti. Ci sono anche delle grosse frane nella zona di Montigno. Non abbiamo verificato perché non abbiamo avuto il tempo di analizzarle tutte, però noi conosciamo queste fenomenologie. Ce ne sono molte. Negli anni abbiamo mappato 500 frane nell’Appennino Umbro-Marchigiano. Alcune di queste si erano riattivate dopo l’ultimo terremoto, soprattutto nella zona epicentrale. Parliamo di circa 40, 50 frane che si sono riattivate, soprattutto nella zona compresa fra Visso, Castelsantangelo sul Nera, Ussita, Castelluccio di Norcia, in zone maggiormente interessate dal sisma. In altre zone, ovviamente, non abbiamo potuto controllare, proprio perché richiedono un impegno molto grande, sia di tempo che di personale e di costi”.

Dopo le aperture sul monte di Valdiea, gli studiosi si sono spostati sui Sibillini a Castelluccio, per studiare le voragini più ampie denominale “doline di crollo” e la riemersione del torrente Torbidone, che prende il nome dalla sorgente di origine nel territorio di Norcia (Pg). Nulla di nuovo, se non per la portata con cui è riemerso il Torbidone rispetto alle sue precedenti emersioni, più volte cancellate in passato. L’ultima pare risalire al terremoto del 1979, dove la portata era minima e fu poi cancellato da altri fenomeni naturali e agricoli. Ora sorprende la portata e la sua potenza, più forte di quelle precedenti.

Da ricordare che nella zona del camerinese, per l’esattezza su Monte D’Aria, nei pressi di Torre Beregna, all’interno della pineta c’è una grossa buca, larga circa 50 metri e profonda quasi 25 mt, che viene chiamata “Buca del terremoto” in quanto, secondo la tradizione popolare, risalirebbe al sisma del 1799.


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 15-09-2017 alle 20:52 sul giornale del 16 settembre 2017 - 4319 letture

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