A 35 anni dall'Heysel il ricordo di un camerte che era allo stadio: "Ho pensato che non ci saremmo salvati"

7' di lettura 30/05/2020 - Se i ricordi di eventi sportivi per gli appassionati hanno comunque aspetti belli e altri meno da ricordare, così lo è stato anche per 4 tifosi camerti, gli unici della città ducale presenti a Bruxelles 35 anni fa nella tragica notte dell’Heysel, dove in seguito al crollo di parte di una tribuna sotto la pressione dei tifosi del Liverpool, persero la vita 39 tifosi della Juventus giunti da più parti d’Italia.

Venerdì (29 maggio) cadeva l’anniversario di quella notte di morte e di terrore, che ha segnato la storia in un caldissimo ed insolito pomeriggio belga e che ebbe forti ripercussioni sul calcio e sulle squadre inglesi nella partecipazione alle coppe europee. Una Coppa dei Campioni, quella del 1985, che è passata alla storia più per questi tragici fatti che per la vittoria conseguita poi dalla Juventus per 1-0 in un clima ed una situazione surreale.

Eppure le attese per tutti i tifosi bianconeri erano grandi, come alla vigilia di ogni finale e c’è chi è riuscito a trovare un biglietto in extremis, come i 4 camerti. “Riuscimmo a trovare i tagliandi - racconta l’avvocato Massimo Di Cola (allora 27enne) – tramite l’annuncio di una tv privata marchigiana, che promuoveva il viaggio di un’agenzia di Ancona. Si trattava di una combinazione, in quanto fino a Milano dovevamo andare in macchina, e la presi io, poi proseguimmo con un pullman organizzato fino a Bruxelles. Partimmo in quattro da Camerino e l’entusiasmo era tanto. La Juve in finale, una trasferta nuova per tutti. Trovammo i biglietti perché tanti inglesi rinunciarono e ci furono circa 3-4000 biglietti in più per i tifosi juventini, altrimenti quello doveva essere un settore riservato a loro, vicino ad altri inglesi.”

Tutto fila liscio fino all’arrivo in Belgio, poi nella capitale e quindi allo stadio Heysel, forse non proprio la sede adatta per una finale di quella portata, sia per la fatiscenza, che per le caratteristiche, soprattutto se confrontato con altre sedi di gioco europee. “Arrivammo a Bruxelles verso le 9,30 circa – prosegue Di Cola - scendemmo in centro. Sapevamo che allo stadio i cancelli sarebbero stati aperti verso le ore 16, quindi avevamo tempo per veder un po’ la città e mangiare qualcosa, mi ricordo panini e patatine fritte. Poi ci avviammo verso lo stadio, che non è lontano dal centro. Una volta lì, verso le ore 13,30, trovammo i cancelli già aperti, avevano anticipato l’ingresso alle ore 13, quindi ci siamo avviati per prendere posto. Era molto caldo. Ci dissero che mai a Bruxelles aveva fatto così caldo, c’erano 32-33 gradi. Non c’era moltissima polizia, all’interno anche una ventina di agenti a cavallo, ma pochi più per il resto. L’emozione per la partita era grande. Verso le ore 16 lo stadio era già pieno. Già giravano voci di tifosi inglesi ubriachi fin dal mattino in giro per Bruxelles".

Nemmeno il tempo di cominciare a realizzare il sogno, le emozioni dello stadio, i colori del tifo, che iniziano le prime schermaglie e la tragedia è dietro l’angolo. “Ad un certo punto iniziano i primi contrasti fra tifosi e cominciano a volare sassi e bottiglie nei due settori più ravvicinati - dice Massimo – c’era un po’ di tensione, ma la speranza era che prima o poi finisse tutto. Noi quattro non eravamo tutti vicinissimi tra noi e un po’ staccati dal muro che è crollato sotto la pressione dei tifosi inglesi. Quella distanza dal muro ci ha salvato. Io ero più in basso e mi sono ritrovato con il volto ed il corpo schiacciato sulla rete per diversi minuti tanto che i segni li ho portati per diversi giorni, un altro di noi è riuscito a saltare da un muretto e quando è caduto è rimbalzato e poi ricaduto in piedi e gli sono scoppiate le vene di caviglie e polpacci, un altro ha riportato la rottura di diverse costole per la pressione della calca ed un altro è rimasto schiacciato tra i paletti riportando le ferite più gravi. A quel punto ho pensato che non ci saremmo salvati. Dopo alcuni minuti la rete si è allentata per il crollo del muro. All’inizio la polizia cercava di respingerci, poi quando è crollato il muro e ha visto i feriti ha invece prestato subito aiuto.”

In quelle situazioni dopo averla scampata il primo pensiero va agli amici, di cui si è perso ogni contatto. Inoltre in quel trambusto non ci si perde solo di vista, ma si smarriscono anche gli effetti personali al seguito. Per i 4 camerti però il miracolo si materializza in giornata. “Quando mi sono reso conto in campo che ero sano e salvo sono svenuto – ricorda l’avvocato Di Cola – e mi sono svegliato dentro gli spogliatoi, in una zona dove avevano portato le persone ferite e quelle che non ce l’avevano fatta. La sensazione è stata indescrivibile, ho avuto paura per i miei amici, quando ad un certo punto ho sentito uno di loro che mi chiama per nome. Non sapevamo niente degli altri due. Quando eravamo in attesa di un taxi che ci avrebbe condotto all’ospedale, ci siamo sentiti chiamare dagli altri due e tutti e quattro abbiamo preso lo stesso mezzo che ci ha accompagnato al nosocomio di Charleroi a circa 70 km da Bruxelles, in quanto sono state migliaia le persone soccorse e ci hanno dislocato nei vari ospedali della zona. E’ stato bello ritrovarci, ma eravamo tutti acciaccati, chi più chi meno, ma averla scampata ed essendo di nuovo insieme ci ha aiutato. Durante il viaggio verso Charleroi abbiamo ascoltato la cronaca della partita e di quanto era successo dalla radio del taxista ed anche se in francese qualcosa si capiva. Siamo arrivati in ospedale alle 23,30”.

Nel frattempo la paura cresceva anche a casa, davanti alla tv, per i famigliari di tutti i presenti all’Heysel e nel caso dei 4 camerti tutti si erano ritrovati dai genitori di Massimo Di Cola. “All’ospedale sono stati tutti molto premurosi e mi hanno permesso di fare una telefonata per tranquillizzare i miei, a casa mia c’era anche la mia fidanzata e alcuni dei genitori degli altri amici e ricordo che è stato commovente per tutti sentirci. Ho cercato di tranquillizzarli e di pazientare, in quanto non potevamo rientrare subito, avevamo perso tutto, contatti, il pullman, chi i documenti e soldi ed eravamo anche leggermente contusi, per cui avevamo bisogno di cure. Uno di noi ha riportato ferite all’inguine necessarie di 28 punti di sutura, chi 10 costole rotte, chi per le vene scoppiate è stato costretto ad altri giorni di ospedale a Camerino e io ho riportato contusioni e ferite varie, lacerazioni al corpo e al volto per la pressione contro la rete.”

La mobilitazione, la generosità e la solidarietà di belgi e diplomatici italiani in Belgio però è stata grande. “Il console Italiano a Bruxelles ci ha raggiunto in ospedale – continua Di Cola – e ci ha organizzato il viaggio di ritorno in pullman in Italia con altri tifosi connazionali e ci ha consegnato anche del denaro sia in lire che in marchi in quanto dovevamo attraversare la Germania. Io dovevo recuperare la mia macchina a Milano, per cui ci siamo fermati una notte lì, abbiamo dormito a casa di un mio amico che ci ha rifocillato e fatti lavare. Quindi abbiamo fatto rientro a Camerino.”

Finito il calvario, i postumi di quella esperienza hanno però lasciato il segno, non solo ricordi brutti e pervasi di paura. “Per i successivi 4-5 anni – conclude l’avvocato Di Cola – ho avuto paura anche di andare al cinema e in chiesa. All’epoca eravamo ragazzi, spensierati, e lo spavento è stato grande. Nessuno ha pensato in quei frangenti di fare azioni legali. Avevo dato lo scritto dell’esame per avvocato, volevo solo godermi un evento, poi quello che è successo ci ha sconvolto. Solo nei giorni successivi più tardi vedendo le foto sui giornali belgi ho riconosciuto altri tifosi delle nostre zone come il dottor Daniele Maria Angelini che sta a Civitanova o Pediconi Fulvio della Pizzeria Elen di Castelraimondo.”


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 30-05-2020 alle 20:33 sul giornale del 01 giugno 2020 - 1516 letture

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