Fano: “Dite a mia moglie che l’ho sempre amata”: vittime del Covid, la grande celebrazione [FOTO e VIDEO]

7' di lettura 06/07/2020 - Quattrocento anime sedute, insieme per ricordare quelle che sono volate in cielo. Per colpa del Covid e non solo. Una serata all’insegna del ricordo e della commemorazione, tra musica, canti e testimonianze. È stata una commozione sobria ma intensa quella che ha solcato il volto di una serata sui generis. Doverosa, ma possibilmente da non dover ripetere più. Perché domenica sera, con i dovuti distanziamenti, la Rocca Malatestiana di Fano si è ‘riempita’ per rendere omaggio agli oltre ottanta fanesi che hanno affrontato il virus e non ce l’hanno fatta.

“La memoria grata per riaccendere la speranza” è il nome scelto da Comune e Diocesi per una serata che deve tantissimo al coordinamento di Don Francesco Pierpaoli, e alla quale erano presenti istituzioni e autorità politiche e religiose. Ma soprattutto c’erano loro: i parenti delle vittime e gli eroi in camice e divisa della nostra epoca. Quelli che si sono esposti con tutto il loro coraggio. Ad accompagnare pubblico e ospiti un impeccabile Davide Cecchini. Prima, all’unisono, hanno suonato tutte le campane della città. Poi la musica e le toccanti e significative letture scelte per la serata, splendidamente interpretate dalle voci di Fabrizio Bartolucci e Marina Bragadin. Testi che hanno voluto ricordare i momenti della sofferenza e degli addii improvvisi, rimarcando il senso di smarrimento e quello di impotenza, ma anche l’importanza di ripartire insieme. Soprattutto, le parole abilmente scelte hanno saputo analizzare il momento senza pretese intellettuali, guardando piuttosto al domani con franchezza e ampiezza di vedute. “Eravamo troppo presi dal nostro fare – si è recitato dal palco -, dovevamo rallentare ma non ci riuscivamo. Quello, però, era un nostro tacito volere condiviso. Per questo c'è dell'oro in questo tempo strano in cui abbiamo imparato a guardare il cielo, le facce, e abbiamo riscoperto che siamo un organismo solo. Questo trauma, ora, lo possiamo sconfiggere soltanto insieme. Questo è il tempo in cui bisogna avere audacia e saper immaginare l'inimmaginabile”.

A qualcuno tutto questo potrebbe apparire retorico. In realtà, dietro certe parole, si nasconde una proposta di futuro. Semplice, ma allo stesso tempo urgente e necessaria. Lo sa certamente anche Alice Corsi, a cui il virus ha portato via il nonno. Quella che resta è una generazione che ha perso parte delle sue radici, perché il Covid si è accanito soprattutto sugli anziani e sui fragili in genere. “Abbiamo dovuto rinunciare ad accompagnarti in quegli ultimi giorni – ha detto Alice -, e se c'è una cosa che mi tormenta è il pensiero che tu, in quegli istanti, possa avere avuto paura” (guarda il video integrale in coda all’articolo).

Già, paura e solitudine. Ma anche un ultimo smodato slancio d’amore. I malati di Covid, quelli che non ce l’hanno fatta, hanno spesso vissuto e manifestato tutto questo in quegli ultimi istanti. È quanto raccontano le fulgide testimonianze della direttrice dell’azienda ospedaliera Marche Nord Maria Capalbo. “La nostra provincia – ha detto - è stata travolta in modo subdolo e immane. Quello di Giannina è stato il nostro primo caso, ma aveva una sintomatologia diversa da quella indicata dall’OMS. Poi un susseguirsi di messaggi nel nostro gruppo WhatsApp, e la consapevolezza di quanto fossero strani quei sintomi. Poi è arrivato anche suo marito, e da lì Marche Nord ha cominciato a cambiare volto. Di ora in ora. Ricordo il dottor Amodio. Carlo sapeva che non avrebbe più rivisto nessuno. ‘Dite a mia Donatella (la moglie, ndr) che l'ho sempre amata’. E proprio Donatella mi aveva chiesto di fargli una foto per poi mandargliela, ma non ho fatto in tempo”.

I racconti della dottoressa Capalbo sono passati anche attraverso le storie di chi invece ce l’ha fatta. “Severino è un pilota di circa 50 anni – ha aggiunto -. Noi abbiamo provato sin dall’inizio farmaci e protocolli, anche prima degli altri a livello nazionale. Anche grazie a questo, i polmoni di Severino sono tornati da bianchi, cioè quasi completamente compromessi, a neri, cioè puliti. Poi è guarito, è uscito. Ricordo ancora quando è tornato e ci ha chiesto se fosse davvero così grave. Aveva con sé un mazzo di fiori”. Toccante anche la testimonianza del 75enne Giuliano Talamelli. Anche lui ce l’ha fatta, tra la paura di non poter più riabbracciare i suoi cari né di poter trovare conforto per un’ultima volta in chiesa (video in coda all'articolo).

A rimarcare l’audacia nell’applicazione di farmaci e protocolli è stato anche il dottor Frausini. “Questa è una cosa più grande di noi – ha ammesso -, ma da dietro le nostre protezioni abbiamo sempre riservato un sorriso a ogni singolo paziente. Ora pare si sia risvegliato un nuovo senso di comunità. Non saremo mai nudi di fronte a un’eventuale recidiva”. Fondamentali, in questo senso, anche le parole di Don Francesco, che per bocca di Cecchini ha sottolineato l’importante “audacia della prudenza”, in un futuro prossimo che è già presente, e in cui “nessuno si salva da solo”.

Quello della comunità è un tema caro anche al sindaco di Fano Massimo Seri, che ne riafferma il valore a ogni occasione. Anche lui ha voluto rimarcare il coraggio dei sanitari, delle forze dell’ordine e delle tante categorie professionali – troppe per poterle elencare tutte - che hanno combattuto in prima linea gettando il cuore oltre l’ostacolo. “Abbiamo visto la generosità e la sensibilità di donne e uomini che, nel loro servizio alla comunità, non hanno esitato a donarsi completamente mettendo in pericolo la loro stessa salute”, ha affermato Seri. Ad ascoltarlo, a lati della platea, i rappresentati della Croce Rossa, della protezione civile, delle forze dell’ordine e delle associazioni di volontariato.

Poi, tra un intermezzo del Fano Gospel Choir e gli accompagnamenti del quartetto d’archi dell’Orchestra Sinfonica Rossini, a salire sul palco è stata la fede, tra le puntuali e mai scontate riflessioni del vescovo Armando Trasarti e le rapide preghiere dei rappresentati delle altre religioni – dagli ortodossi agli evangelici, passando per ebraici, islamici e buddisti - che hanno voluto prendere parte alla serata, omaggiare i loro morti e accendere pure loro una candela nel braciere simbolicamente acceso a margine del palco. Il primo a dar vita a quel fuoco è stato proprio il vescovo, ma non prima di un lungo intervento durante il quale non ha lesinato stoccate contro certe affermazioni retoriche – come la convinzione che ne usciremo migliori a prescindere – e anche contro una certa gestione della sanità pubblica, che rischia troppo spesso di dimenticare le periferie e le zone dell’entroterra (video integrale in coda all'articolo).

Il tutto si è concluso proprio con il ‘corteo’ verso il braciere, tra le luci fioche delle candele e il buio ostinato della Rocca, in una fresca serata segnata da gospel, violini e parole – in poesia e non solo - che non dovremmo mai dimenticare. In sottofondo, però, c’erano pure loro. Le cicale. Per buona parte del tempo hanno ‘cantato’ alzando i decibel anche più delle casse e degli altoparlanti, come a testimoniare l'inevitabile impellenza di una natura che non può e che non vuole fermarsi. Proprio come noi. Nonostante tutto.

Seguono le foto della serata e alcuni video con interventi integrali pubblicati attraverso la pagina Facebook di Vivere Fano.

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Questo è un articolo pubblicato il 06-07-2020 alle 13:23 sul giornale del 07 luglio 2020 - 342 letture

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