Il matelicese Erasti dalla Lituania: "Qui non c'è mai stata una vera crisi sanitaria a causa del Coronavirus"

7' di lettura 23/11/2020 - Il giovane architetto matelicese Filippo Erasti sta vivendo la pandemia diviso fra due paesi, la Lituania (dove lavora da alcuni anni) e l’Italia, dove torna spesso dai suoi famigliari a Matelica.

Due realtà molto distinte, in tanti aspetti, in primis quello della densità geografica dove lo stato Baltico è nettamente inferiore allo Stivale con i suoi quasi 3 milioni di abitanti, ma soprattutto poi come cultura e stile di vita. Filippo vive nella capitale Vilnius e in quasi un anno di pandemia da Coronavirus per lavoro ha potuto viaggiare (quando c’è stata la possibilità) fra Lituania e Italia. Il suo desiderio è quello di tornare a Matelica per trascorrere il Natale in famiglia con genitori e fratelli, con i quali è stato sempre in contatto attraverso i social e telefonicamente.

Attualmente i dati sull’effetto del Covid-19 nel paese baltico ad oggi sono i seguenti: 48.226 casi registrati, 11.032 guariti e 392 decessi. Numeri ben diversi rispetto a quelli di molti altri paesi della Comunità Europea, ovviamente per percentuale di popolazione, ma soprattutto per la prontezza con cui si è affrontata la situazione sin dall'inizio della pandemia.

Per il suo lavoro si è trovato a vivere esperienze diverse in questo lungo periodo di pandemia da Covid-19. “Luoghi diversi, ma esperienze molto simili una all’altra - spiega Filippo - Dopo il lockdown, a settembre ho fatto ritorno in Italia, dove sono rimasto per qualche mese, con un breve periodo in Austria per lavoro. Posso dire che la differenza principale tra Paesi diversi è stata la reazione della popolazione locale. L’Italia credo sia il posto dove ho sentito più lamentele per come è stata gestita la situazione, a mio avviso ingiuste”.

All'inizio della pandemia a marzo scorso, dove si trovava e che sensazioni ha registrato? “Mi trovavo in Lituania. Da parte della popolazione locale la prima reazione è stata di diffidenza e distacco, imputando la grave situazione italiana al fatto che siamo un popolo molto “espansivo” e perciò il contatto fisico è maggiore rispetto agli stati del Nord Europa. Essendo italiano, non sono mancati episodi nei quali la prima domanda che ricevevo era: “Quand'è l'ultima volta che sei stato in Italia?” e intanto facevano un passo indietro… A ogni modo le decisioni a favore della sicurezza pubblica sono state accettate come necessarie, la quarantena è stata indetta in maniera repentina e rispettata dalla popolazione, senza panico e in modo disciplinato. Ovviamente per me non è stata una situazione facile da affrontare, in primo luogo per l’eccezionalità degli eventi, poi per la condizione di trovarmi lontano da casa e in qualche modo ancora più isolato dal mondo esterno”.

Come ha affrontato subito il problema la Lituania, con quali misure e che tipo di assistenza c'è nel Paese? “Con l'aggravarsi della situazione in Italia e in altri Paesi, il 26 febbraio la Lituania ha dichiarato lo stato di emergenza in via precauzionale contro il diffondersi del Covid-19. Poco dopo, il 28 febbraio, si è registrato il primo caso confermato di Coronavirus: una donna di rientro da un viaggio di lavoro a Verona. Dopo altri sporadici casi, il 12 marzo il governo ha deciso di cancellare ogni evento pubblico, lo stesso giorno anche scuole e università sono state chiuse insieme a musei, cinema, palestre e discoteche. Da allora è stata indetta la quarantena, seppur senza drastiche restrizioni e promosso lo smart working. Quindi il 16 marzo anche bar, ristoranti e negozi sono stati chiusi, e soprattutto sono state chiuse le frontiere. In poco più di un mese abbiamo iniziato a tornare alla normalità. Dapprima si sono ripopolati gli uffici per poi estendere la riapertura ai locali pubblici. Solo da un paio di settimane a questa parte si è deciso di indire una nuova quarantena, la cui principale direttiva è quella di mantenere chiusi bar, discoteche e ristoranti (con la possibilità di asporto). Tutte le altre attività non hanno subito drastici cambiamenti, se non per le chiare prescrizioni di distanziamento sociale, igiene e uso della mascherina. Le uniche differenze con l'Italia sono ovviamente in termini di proporzione: dato il limitato numero dei contagi non si è assistito a una vera e propria crisi sanitaria, con personale medico contagiato e carenza di posti-letto. Il problema semmai risale a prima del Covid-19, quando gli operatori del settore chiedevano al governo migliori condizioni lavorative e salariali. Credo che ora, dopo l'enorme servizio svolto, abbiano qualche arma in più per negoziare l'eventuale miglioramento della loro situazione professionale. Se per la popolazione infatti l’assistenza sanitaria è gratuita, per i medici (pochi rispetto alla reale necessità) la mole di lavoro è cresciuta a livello esponenziale".

La seconda ondata l'ha vissuta in parte anche in Italia, considerato che da poco è tornato a Vilnius. Che differenze ha notato fra la gestione delle pandemia tra Lituania e Italia? “Come già detto, la gestione della pandemia è stata simile. La principale differenza è nei numeri: la Lituania ha una popolazione all’incirca 20 volte inferiore rispetto a quella italiana. Credo in generale sia stato più semplice gestire un numero minore di abitanti, soprattutto se questi ultimi recepiscono le direttive governative in modo repentino e disciplinato”.

In che modo i media (tv e stampa lituana) si occupano della pandemia? “In Lituania, come in Italia, il tema del Covid-19 è sempre quello di apertura per Tg e Talk Shows. Solo di recente l’attenzione pubblica è attirata anche da un altro tema, ovvero quello dell’apertura di una centrale nucleare in Bielorussia, poco oltre il confine con la Lituania e non lontano da Vilnius”.

Fra la gente com'è il livello della paura per il virus in Lituania? “In generale la popolazione non è preoccupata per la situazione; credo che questa percezione derivi dal fatto che non sia mai stata vissuta una vera emergenza Covid-19”.

Della situazione in Italia e dei tuoi familiari a Matelica, eri più preoccupato prima o adesso, vista l'evoluzione dei contagi in questa seconda fase, dove vengono fatti più controlli rispetto a prima? “La preoccupazione è sempre alta. Credo che il numero di tamponi incida di più sulle statistiche che sulla reale situazione. A volte purtroppo non basta essere attenti e adottare tutte le misure di sicurezza se poi le persone che ci circondano non fanno lo stesso. Sono forse più preoccupato per la negligenza di altri che per i miei familiari, che so essere molto attenti e responsabili”.

Com' è riuscito a gestire il suo lavoro? Come ci si è organizzati in Lituania e ha lavorato anche dall'Italia con lo smart-working? “Nel mio lavoro è ancora possibile gestire quasi tutto da remoto. É quello che facciamo con la maggior parte dei nostri clienti dalla Lituania. Fortunatamente abbiamo la possibilità di lavorare con commissioni anche extraeuropee il che, per definizione, diventa un lavoro in remoto di per sé. Quindi in questo periodo particolare possiamo adattarci senza troppi problemi, nel mio caso anche dall’Italia”.

Attualmente per questa seconda ondata come si è organizzata la Lituania, visto che si ci può spostare per motivi di lavoro come nel tuo caso? E che tipo di restrizioni ci sono oggi? “Nessuna restrizione particolare. A differenza dell’Italia, dove è richiesto il test fatto entro le 72 ore, in Lituania c’è bisogno di una sola autocertificazione senza quarantena obbligatoria”.

Per Natale pensa di rientrare nuovamente in Italia? “Spero di riuscire a rientrare in Italia il più presto possibile, l’unico problema ora è trovare il volo di ritorno. Non tutte le compagnie aeree infatti hanno mantenuto le destinazioni abituali che collegano Vilnius al resto dell’Europa”.

Quali possibili scenari vedono in Lituania per superare definitivamente la pandemia? “In Lituania, come nel resto del mondo, si aspetta il vaccino; ma nel frattempo l’unico scenario possibile per affrontare la pandemia è quello della coscienza civile in cui tutti collaborino per proteggersi reciprocamente. A mio avviso c’è bisogno di pazienza e una buona dose di ottimismo, di rispetto per le decisioni prese dalle istituzioni e dal mondo scientifico. Speriamo che al più presto tutto torni alla normalità, o quasi, com’è successo già nel 1920 dopo l’influenza Spagnola”.


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 23-11-2020 alle 12:49 sul giornale del 24 novembre 2020 - 1742 letture

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