La violenza di genere ai tempi del Covid: "La donna con il lockdown è ancora più svantaggiata"

6' di lettura 25/11/2020 - In occasione della giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, ad Unicam si è svolto un confronto virtuale sul tema "La violenza di genere e Covid-19", dove sono stati analizzati risultati di una prima indagine.

I dati emersi fino ad oggi parlano di un calo del numero di accessi al Pronto soccorso da parte delle donne nel periodo della pandemia, dove sono stati presi in esame solo quelli con lesioni dai 20 ai 40 giorni di prognosi e quelli dai 40 giorni in sù. Al triage del Pronto soccorso i casi più numerosi registrati hanno riguardato donne che hanno riportato ferite da codice giallo, seguite da quelle con codice verde e molte in meno quelle da codice rosso. Inoltre, si è visto che la percentuale tra donne italiane e straniere ad aver subito violenze in questo periodo è stata uguale, il 50% ciascuna, mentre si è alzata l'eta media delle donne che hanno denunciato maltrattamenti in famiglia, mentre il numero rispetto a prima della pandemia è diminuito.

I partecipanti, 65 le persone collegate, ne hanno parlato con i docenti e organizzatori di Unicam prof. Giovanna Ricci del CUG (Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità) e prof. Antonella Merli della Scuola di Giurisprudenza ed il dott Alessandro Feola (medico legale dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli"), ospite dell'evento. "Sono molto contenta per la partecipazione molto sentita - ha detto a conclusione la prof. Giovanna Ricci di Unicam - le persone interessate hanno fatto molte domande in chat e sono stati affrontati diversi argomenti, dalla vittimologia, al perché le donne non denunciano, all'aspetto culturale del fenomeno e come affrontare il problema, fino a chiedere della competenza e dell'accoglienza delle Forze dell'Ordine alle vittime. Su quest'ultimo vorrei sottolineare che si stanno facendo importanti passi avanti e voglio sottolineare che a Tolentino è stata allestita una "stanza rosa" per far soggiornare e proteggere le donne anche nel periodo che sono in caserma".

Proprio oggi, giorno della ricorrenza, si sono registrati altri due femminicidi in Italia, uno a Padova e uno in Calabria nel catanzarese, che vanno ad implementare il numero dei casi registrati dall'inizio dell'anno, con una media di una donna uccisa ogni tre giorni. "Il fatto che i casi siano aumentati - dice il dottor Alessandro Feola - potrebbe essere dovuto al fatto che comunque, nelle situazioni dove già c'erano abusi precedenti, vittima e chi commette violenza sono costretti a stare segregati nello stesso posto. Poi, a causa del lockdown, comporta anche il fatto che vi sia anche maggiore difficoltà per la vittima di potersi recare nelle strutture di supporto ed in ultimo è in un certo senso distrutta quella che possiamo definire la rete di protezione della vittima, perché non può allontanarsi, recarsi dai famigliari che magari abitano più lontano, in altri comuni, regioni, anche le relazioni con gli amici sono meno frequenti ed anche a livello lavorativo (in alcuni casi) non può recarsi in ufficio fisicamente e lo fa da casa. Tutto questo può causare un inasprimento di alcune situazioni. Ci sono poi dei fatti psicologici dovuti proprio alla pandemia, che possono fungere da stress e di tipo psicologico, altri dovuti alla perdita del lavoro che creano più frustrazione e tutto ciò va a incidere su situazioni magari anche già pregresse e può far manifestare delle situazioni di ulteriore disagio".

Dottor Feola, in certi casi di crisi della coppia o della famiglia in generale, il lockdown non avrebbe magari potuto influire positivamente per risolvere i problemi e far riavvicinare le parti? "Secondo me ne sono esplosi di più di quelli che si sono riavvicinati - dice Feola - per il semplice fatto che, comunque, non è una scelta di condividere un periodo insieme, ma è, diciamo, un esilio forzato all'interno delle stesse mura, una convivenza forzata imposta da altri e molto spesso alla base di queste situazioni ci sono delle relazioni con un substrato di tipo patologico ed il lockdown, invece di riavvicinare, può aver forzato e fatto esplodere certe situazioni".

Nei casi di femminicidio-suicidio, dove spesso ci sono stati anche i figli come vittime, secondo lei da cosa è scatenata tanta violenza e come vanno inquadrati? "Alla base dell'omicidio e suicidio ci sono quasi sempre le stesse motivazioni, soprattutto per quelli che si registrano in famiglia, poi a volte possiamo avere un omicidio premeditato oppure doloso, però molto spesso è preterintenzionale, una lite finita poi male. L'omicidio doloso soprattutto delle donne è sempre legato al fatto che nel partner c'era un substrato che sfociava nelle condotte violente, che poi è finito nel dramma. Però come ho già detto la pandemia ed il lockdown possono amplificare un substrato già esistente. Potrebbe essere quello. Fortunatamente credo che per questo tipo di omicidi non ci sia stato un grosso aumento. Sono sicuramente maggiori le violenze sommerse. Anche dai dati che abbiamo visto nel trimestre che abbiamo analizzato noi, sono meno rispetto agli stessi periodi degli anni precedenti, ma proprio perché c'è una maggiore difficoltà della donna di andare a denunciare, anche per il fatto che se prima era anche una scelta della donna denunciare o no, in caso del periodo di mesi di lockdown stretto era chiusa in casa con una persona che abusava della situazione e per lei era più difficile denunciare questo tipo di situazione".

Oltre alle varie iniziative adottate per portare più rispetto alle donne a tutti i livelli, in casa, a scuola e nel sociale, restano molte le donne che non trovano il coraggio di denunciare e che potrebbero così aumentare la prevenzione sulla propria sicurezza? "In quel caso - conclude Feola - ci sono più fattori che condizionano la scelta a denunciare o meno le violenze. Perché comunque la donna, soprattutto in situazione di lockdown, è in una situazione di svantaggio. Anche guardando all'esperienza professionale, pur mettendoci tutto il tatto, la delicatezza e la sensibilità possibile ad affrontare determinate tematiche, come fare una visita, chiaramente per la donna è come se replicasse la violenza (come ha sottolineato nel dibattito la professoressa Ricci) anche in sede di visita, quindi ci sono tutta una serie di stress che agiscono sulla personalità della vittima, per cui la donna tende a lasciarla nascosta la violenza e ce ne accorgiamo solo quando questa è sfociata in un omicidio, in suicidio o in lesioni particolarmente gravi. Secondo me le donne sono già abbastanza coraggiose nell'affrontare tante situazioni, in questo caso è ancora più difficile in quanto sono costrette a convivere in quattro mura con colui che può essere il proprio carnefice".


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 25-11-2020 alle 20:52 sul giornale del 26 novembre 2020 - 303 letture

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