Giuseppe, camerte protagonista in Europa e premiato ricercatore: "Devo tutto ai miei genitori, mi manca Camerino"

16' di lettura 23/01/2021 - Lo si può definire un cittadino dell'Europa a tutti gli effetti, per mentalità e professionalità, il giovane ricercatore camerte Giuseppe Lugano, che lavora attualmente al COST (European Cooperation in Science and Technology) e vive con la sua famiglia in Belgio, nella capitale Bruxelles.

Laureato in informatica all'università degli studi di Bologna, ha conseguito un dottorato di ricerca in scienza cognitive presso l’università di Jyväskylä, in Finlandia. Il suo lavoro di Science Officer al COST consiste nel seguire ricercatori di tutta Europa impegnati in progetti di collaborazione scientifica e tecnologica. In precedenza il dott. Lugano è stato un ricercatore presso università, centri di ricerca e aziende, come ad esempio TeliaSonera e Nokia in Finlandia. In Italia, ha pubblicato nel 2007 per Cierre Edizioni il libro “Comunicazione Mobile”. Nel 2018 ha ricevuto il riconoscimento di miglior ricercatore dell'anno, per il progetto "Mobility and Time Value" (MoTiV) nell'ambito del programma Horizon 2020 coordinato dall'Università slovacca di Žilina.

Anche per lui e la sua famiglia, quest'anno segnato dalla pandemia ha creato qualche problema, tra cui rientrare nella sua amata città natale di Camerino, dove è stato tra i fondatori dell'associazione ESN (Erasmus Student Network) locale per l'Università di Camerino. Per combattere il Covid-19 in Belgio sono in vigore misure restrittive da ottobre, ma permane una certa preoccupazione per una possibile terza ondata di contagi ed il Governo, oltre a cercare di velocizzare la campagna vaccinale, sta discutendo l'eventuale introduzione di ulteriori misure, riguardanti per esempio la limitazione di viaggi non essenziali all'estero.

Innanzitutto ci spieghi cos'è il COST di cui fa parte ed a cosa sta lavorando attualmente?
"COST, che sta per European Cooperation in Science and Technology - spiega il dott. Lugano - è un framework intergovernativo nato nel 1971 a supporto della collaborazione scientifica e tecnologica in Europa. COST viene finanziato interamente nel contesto del programma quadro della ricerca e innovazione dell’EU. Il 2021 per COST è un anno importante, in quanto rappresenta un anno di celebrazione e di transizione: di celebrazione per la ricorrenza dei 50 anni dalla sua creazione e transizione per il passaggio dal programma quadro Horizon 2020 a Horizon Europe. Oggi COST conta 38 Paesi full members, tra cui l’Italia. In ognuno di questi Paesi c’è un referente COST che ha il titolo di Coordinatore COST Nazionale che si occupa, tra le altre cose, della partecipazione ufficiale di un Paese in un’Azione COST e della relativa nomina dei rappresentanti nazionali in tale Azione, di solito ricercatori o comunque esperti del settore. Al momento sono attive più di 200 Azioni – progetti di collaborazione su un tema specifico e della durata di 4 anni – in tutti i settori della ricerca di base o applicata. In questo modo, COST rappresenta un trampolino di lancio per giovani ricercatori con idee valide da sviluppare in network con colleghi di altri Paesi europei, ma non solo. C’è da dire che COST non finanzia la ricerca di per sé, ma la collaborazione scientifica ovvero l’organizzazione di workshop e conferenze, visite di scambio tra istituzioni, training schools, pubblicazioni scientifiche e attività di promozione e disseminazione. Una volta approvata, un’Azione COST riceve un finanziamento annuale basato principalmente sul numero di Paesi partecipanti. Nel 2019, un’Azione COST con 25 Paesi partecipanti ha ricevuto circa 130,000 euro, un contributo di oltre mezzo milione di euro per 4 anni di lavoro. Il finanziamento del primo anno è di solito inferiore a quello degli anni successivi, in quanto le Azioni, essendo in pratica network di ricercatori ed esperti, tendono a crescere ed espandersi, coinvolgendo sia più Paesi sia più partecipanti. I ricercatori di UNICAM sono attivi in COST e, per dare un esempio, partecipa ad una delle Azioni iniziate nei mesi scorsi on Researcher Mental Health (https://www.cost.eu/actions/CA19117). Il mio ruolo di Science Officer consiste nell’assistere le comunità scientifiche coinvolte nelle Azioni COST a usare nel miglior modo possibile gli strumenti di collaborazione messi a disposizione dal programma per perseguire i rispettivi obiettivi scientifici e di capacity building, riguardanti lo sviluppo di carriere di giovani ricercatori, la parità di genere e la riduzione progressiva del gap tra Paesi in competenze scientifiche e opportunità di uso di infrastrutture avanzate. Al momento seguo una ventina di Azioni COST e mi occupo anche di una serie di altre interessanti iniziative per orientare l’organizzazione a restare al passo con i tempi, anche nel contesto di problematiche come quelle create dal Covid-19 che hanno reso più difficoltosa se non impossibile l’organizzazione di eventi non virtuali e la mobilità dei ricercatori, due pilastri delle attività finanziate da COST".

L'era Covid-19 ha portato ancor più alla ribalta il metodo Smart-Working, fra l'altro già adottato da molti anni in altri paesi rispetto all' Italia e in molti settori e sicuramente per lei non è stata una novità da informatico. Questo sistema potrà subire ancora evoluzioni importanti negli ambiti in cui è possibile? Rischia però di penalizzare il contatto diretto fra le persone?
"L’obiettivo dello smart working durante questa pandemia è quello di garantire la continuità di un servizio in un contesto di emergenza sanitaria. Le misure, regole e protocolli da applicare rapidamente hanno stravolto il mondo del lavoro, che si è dovuto adattare di conseguenza, anche grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Di conseguenza, le caratteristiche dello smart working di questo periodo riguardano principalmente la necessità di utilizzare il tele-lavoro e inserire una maggiore flessibilità nei tradizionali orari lavorativi. Per considerare l’eventuale impatto di lungo di termine dello smart working, è meglio non circoscrivere il suo significato al contesto della pandemia. Lo smart working si adatta meglio ad alcune tipologie di lavoro, in particolare legate al settore terziario. Se ben applicato, esso risulta vincente perché riesce a far leva – positivamente – sulla motivazione, efficienza e senso di responsabilità di ogni singolo lavoratore la cui produttività cresce, ripagando la fiducia concessa. In Paesi dove lo smart working si applica da anni ed esiste una cultura della fiducia e una valutazione basata sui risultati, non a caso si discute sui benefici della riduzione di orario lavorativo. Insomma, lo smart working potrebbe essere un ottimo strumento per lavorare di meno, ma meglio. E le ore guadagnate si potrebbero impiegare per dedicare più tempo alla propria famiglia, per migliorare il proprio benessere psico-fisico e anche per una vita attiva nella società civile (associazionismo, volontariato, etc). Se considerato da questo punto di vista, lo smart working permetterebbe di avere una vita sociale più ricca, diversificata e rispondente alle proprie aspirazioni, non solo lavorative".

Quanto sono stati importanti per la sua crescita, sia personale che professionale, i valori ed i principi europeisti inculcati da suo padre, il prof Michele Lugano e dalla sua famiglia in generale?
"La ringrazio per avermi posto questa domanda, che mi permette di fare una riflessione. Devo tutto ai miei genitori, che mi hanno fatto comprendere e condividere i valori morali da seguire nella mia vita e, allo stesso tempo, incoraggiato il mio interesse per la conoscenza del mondo. Da parte mia, in linea con la filosofia del divenire, ho intrapreso un percorso personale che – come il fiume che scorre di Eraclito – mi ha insegnato qualcosa ad ogni tappa, portandomi a essere chi sono. In sostanza, pur mantenendo una grande curiosità per il mondo esteriore, la ricerca della verità è principalmente interiore. Questa ricerca necessita stimoli e cambiamenti, qualche volta anche traumatici. Per raggiungere la consapevolezza ed ottenere dei traguardi, c’è bisogno di un certo coraggio e sfrontatezza nei confronti della vita. Questa potrebbe essere una chiave di lettura delle mie peregrinazioni e anni passati in giro per l’Europa, in Paesi culturalmente distanti dall’Italia come la Finlandia e la Slovacchia. Grazie a queste esperienze, ho capito meglio cosa è – o cosa dovrebbe essere – l’Europa. Ne potrei parlare a lungo, ma per me le fondamenta dell’Europa dovrebbero essere incentrate sulla consapevolezza che condividere uno spazio geografico significa condividere lo stesso destino. La diversità e ricchezza di culture e popoli che vi abitano può essere compresa – in qualche sfaccettatura - solo entrando in contatto con tali realtà. Da questo punto di vista, l’Erasmus come ogni esperienza di mobilità internazionale, rappresenta la chiave per aprire la porta verso la modifica del proprio percorso e percezione del mondo. Questo processo richiede apertura mentale, capacità di mettersi in gioco e rispetto per gli altri e per se stessi. Su queste basi si possono identificare valori comuni, creare legami duraturi, generare idee innovative e sentirsi parte attiva di un mondo che va al di là dei propri confini nazionali".

Il riconoscimento di miglior ricercatore dell'anno, che le è stato assegnato nel 2018 per il progetto "Mobility and Time Value" (MoTiV) nell'ambito del programma Horizon 2020 coordinato dall'Università slovacca di Zilina, non è solo un premio personale, ma all'eccellenza Italiana ed un vanto per la sua città d’origine?
"Certamente. Oltre alla mia famiglia, i miei anni all’estero mi hanno fatto comprendere il valore della formazione educativa che ho ricevuto, in particolare negli anni della scuola primaria e secondaria a Camerino, in cui ho avuto la fortuna di avere insegnanti non solo molto competenti, ma anche dal grande spessore umano. Vorrei anche sottolineare come alcuni principi appresi tramite l’attività sportiva (il calcio e l’atletica), abbiano giocato un ruolo non indifferente nella mia crescita. In questo senso, sono riconoscente a vari allenatori che ho avuto, tra cui vorrei menzionare Claudio Pellegrini, Fiorenzo Pettinari, Corrado Rosati e Roberto Scalla. Questo per dire che per il raggiungimento di traguardi importanti, come il riconoscimento di questo progetto di ricerca da 2 milioni di euro e il ruolo di coordinatore e leader del progetto, non si basano solo su conoscenze tecniche ma richiedono anche varie soft skills acquisite e consolidate nel tempo".

Come ricercatore ha girato diversi paesi d'Europa, dalla Finlandia al Belgio, alla Slovacchia ed altri, questi tre possiamo dire sono state le tappe principali. Quale Paese l’ha colpita di più per le differenze a livello culturale, di costume ed anche in ambito lavorativo e professionale?
"In ogni Paese dove sono stato ho imparato tanto, sia a livello personale sia professionale. Sono però profondamente legato alla Finlandia, Paese dove ho vissuto 10 anni. Fin dalla mia prima esperienza finlandese, durante l’Erasmus nel 2000, rimasi impressionato dal modo in cui la società riusciva a conciliare un profondo rispetto per la natura e una coraggiosa proiezione verso il futuro, come dimostra la storia di successo della Nokia, o anche l’architettura o il design finlandese. Oltre a questo aspetto, a livello umano ciò che mi colpì era la grande onestà e fiducia della gente verso il prossimo che si manifestò in più occasioni. Oltre alle classiche storie di portafogli o oggetti persi e ritrovati senza che nessuno li avesse toccati, durante il periodo della mia tesi nelle scuole finlandesi scoprii che gli studenti non copiavano. Approfondii la questione e ne uscì fuori che il voto, centrale nella nostra tradizione scolastica, da quelle parti invece contava molto meno: in Finlandia viene stimato chi dimostra di conoscere e di saper fare. In questo modo, viene promossa una cultura dove la sostanza e il capitale umano e sociale contano più del voto finale o di una raccomandazione per ottenere una posizione. Per chi fosse interessato, anni fa scrissi un saggio sui giovani finlandesi e la convergenza multimediale, che presentai ad un convegno in Italia. Il saggio, tratto dall’esperienza della mia tesi di laurea, è disponibile online: http://www.baskerville.it/kk/Lugano.pdf".

Cosa pensa ora dell'uscita dell'Inghilterra dall'EU e dall'Erasmus? Per gli studenti degli altri Paesi comunitari sarà più difficile relazionarsi (soprattutto a livello economico e burocratico) con quella realtà, che a livello di ricerca e di studi in generale è all'avanguardia?
"Inizio con una riflessione sull'Erasmus legata al mio personale contributo alla fondazione e alle prime attività dell’associazione ESN A.U.R.E. a Camerino. Questo per me è un grande motivo di orgoglio, in quanto questo tipo di struttura era qualcosa che mancava e che rappresentava un’opportunità per migliorare l’integrazione tra studenti stranieri e locali, oltre che di far entrare Camerino nel prestigioso network ESN, che all’epoca non contava ancora alcuna sezione marchigiana. Il network ESN, come l'EU, non conterà più l'Inghilterra. Questo mi lascia l’amaro in bocca. Le opportunità per relazionarsi non mancheranno anche se rispetto al recente passato ci saranno delle regole in più e qualche limitazione. Speriamo non sia l’inizio della fine del programma Erasmus, che negli anni si è rivelato un pilastro fondamentale su cui far crescere un’Europa di cittadini che, tramite l’incontro e il confronto, hanno acquisito una comprensione più profonda sia degli altri Paesi sia del proprio. Oltre all’Inghilterra, non lascia ben sperare per il futuro la progressiva chiusura di alcuni Paesi che fanno ancora parte dell’EU, senza però condividerne i valori. D’altra parte, forse è l’Europa stessa a pagare le scelte fatte nel corso degli anni, come gli irrealistici obiettivi della strategia di Lisbona o il troppo rapido processo di allargamento dell’EU".

Nel periodo del Covid-19, dove si trovava e come ha affrontato la pandemia, sia nella vita quotidiana che nel lavoro?
"Ho vissuto l’emergere e lo svilupparsi della pandemia a Bruxelles, uno dei Paesi con il più alto tasso di mortalità per il virus in rapporto alla popolazione. In poco tempo è cambiato tutto: il modo di relazionarsi alle cose, alle persone, alla realtà. Da marzo scorso lavoro da casa, con prospettive incerte sul rientro in ufficio. Con la mia famiglia ci siamo adattati abbastanza rapidamente, almeno per quanto riguarda i comportamenti di base da seguire. Purtroppo, i messaggi e raccomandazioni provenienti da organizzazioni internazionali, istituzioni di diversi Paesi e media non sono stati coerenti e hanno spesso creato più confusione e diffidenza che certezze. Oltre a questo, ciò che mi ha sconvolto è stata l’assoluta impreparazione della società ad un evento del genere. Ovunque, a febbraio e marzo le mascherine e gel antisettici erano introvabili, o acquistabili a peso d’oro. In Belgio, uno dei problemi seri della prima ondata è che veniva testato solo chi presentava gravi sintomi, in pratica solo chi era da ospedalizzare. Il picco del tasso di positività è stato intorno al 34%, con circa duemila casi positivi giornalieri. Era abbastanza chiaro che quella era solo la punta dell’iceberg. Infatti, durante la seconda ondata si è arrivati ad un tasso di positività massimo di circa il 32% a fine ottobre, corrispondente a ventiduemila casi. Paradossalmente, i numeri e le statistiche della pandemia non aiutano veramente a comprendere bene il fenomeno: nel corso dei mesi, si è passati in poco tempo da toni rassicuranti a messaggi ultra-allarmanti, e viceversa. Le regole da seguire sono state modificate di conseguenza, presupponendo che il cittadino medio possa modificare le abitudini da una settimana all’altra. Questi cambiamenti e incertezze continue hanno creato difficoltà nell’organizzare tutti gli aspetti della vita quotidiana, determinando anche pericolose divisioni in seno alla società".

Perché il Belgio ha sofferto di più questa seconda ondata del contagio da Coronavirus rispetto alla prima ed in che modo si sta adeguando per la campagna vaccinale, considerato che vanta la sede di produzione europea di una delle più grandi ditte farmaceutiche come la PfizerBioNtech?
"Difficile rispondere a questa domanda. Rispetto alla prima ondata, ci si sarebbe aspettati di avere più conoscenze e strumenti per limitare gli effetti della pandemia: invece, il Belgio – come tanti altri Paesi – è stato colto di sorpresa. Forse ci si era rilassati troppo durante l’estate, o forse in autunno già circolavano varianti del virus più contagiose. In futuro forse potremo giudicare meglio le cause e comprendere gli errori da non ripetere. La campagna vaccinale in Belgio finora è andata a rilento. La strategia messa a punto inizialmente è stata sostituita da una nuova solo dopo poche settimane. Questo è accaduto probabilmente per le pressioni del personale medico e di altre categorie non incluse nella fase 1 della campagna, incentrata su personale e pazienti nelle case di riposo. Con l’approvazione del vaccino di Moderna e quella ormai prossima di AstraZeneca si spera che ulteriori accelerazioni possano avvenire, anche se già si sta discutendo sulle forniture limitate di aghi e siringhe... sembra quasi che si stia ripetendo un caso simile a quello di mascherine e gel durante la prima ondata della pandemia. Speriamo bene".

Il legame con la sua città di Camerino è sempre forte, malgrado il lavoro l'ha portata a girare il mondo. In che modo si relaziona con parenti, amici e familiari?
"Il mio legame con Camerino è e rimarrà sempre forte, in quanto si tratta della mia città natale. Quello che mi manca di più, indipendentemente dalla pandemia, è la possibilità di tornarci regolarmente e non solo per qualche giorno. Durante il periodo del mio dottorato in Finlandia, riuscivo a passare almeno un mese d’inverno e un mese d’estate, il che mi permetteva di mantenere un legame con amici e parenti abbastanza simile a quello che avevo in precedenza, quando vivevo a Bologna e tornavo circa una volta al mese. Le cose sono cambiate dopo il matrimonio e i figli: mia moglie è francese e risiediamo a Bruxelles, per cui dobbiamo dividerci le ferie tra Francia e Italia senza contare poi che altri amici e parenti non risiedono più a Camerino, in particolare dopo l’ultimo devastante terremoto. Riuscire a incontrarsi una volta all’anno è una grande occasione di gioia, anche se questi momenti finiscono troppo presto. Telefonini e Internet aiutano a tenersi in contatto, ma alla lunga è difficile mantenere legami con le persone senza mai incontrarle fisicamente".


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 23-01-2021 alle 11:21 sul giornale del 25 gennaio 2021 - 2058 letture

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