Da Crispiero alla Bicocca di Milano passando per Unicam e gli Usa, l'ingegnere informatico Riganelli si racconta

9' di lettura 13/02/2021 - Fra i ricercatori di ultima generazione laureatisi presso la Scuola di Informatica di Unicam (dove ha conseguito anche un dottorato di ricerca in Scienze dell'Informazione e Sistemi Complessi) e che si sono fatti largo in Italia e all’estero, c’è anche il prof. Oliviero Riganelli, originario di Crispiero, frazione di Castelraimondo.

Attualmente Riganelli vive e lavora come docente e ricercatore a Milano, presso l'Università Bicocca, ma è anche sono socio fondatore della e-Lios s.r.l., azienda nata come spin-off dell’Università di Camerino. Come ricercatore è impegnato nel settore dell’ingegneria del software, dove sviluppa nuove tecnologie che consentono di migliorare la qualità del software per renderlo più affidabile e sicuro. Come il suo collega Ezio Bartocci (attualmente all’università tecnologica di Vienna in Austria), Riganelli nel suo percorso formativo ha fatto esperienza presso la prestigiosa università americana Stony Brook (nello stato di New York). Successivamente è stato ricercatore presso la facoltà di Informatica dell'Università di Lugano in Svizzera. Quindi si è stabilizzato all'Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Nel capoluogo lombardo, ha messo su famiglia e dalla moglie Martina ha avuto due figli: Tancredi e Ludovico rispettivamente di 3 e 6 anni. Considerato che in Lombardia e nel capoluogo regionale la pandemia ha avuto un impatto devastante, non sono mancate le difficoltà per la famiglia Riganelli.

Innanzitutto cosa l'ha affascinata dell'Informatica e qual è il settore che le piace di più?
“Mi sono avvicinato all’informatica e alla programmazione durante la scuola media, dove iniziai a sviluppare i miei primi programmi. Mi ricordo che per raggiungere l’aula d’informatica dovevo oltrepassare il busto dell’illustre scienziato e compaesano Nazzareno Strampelli; mi piace pensare a ciò come ad un segno del destino. In quegli anni stava nascendo il web e l’Italia si era connessa ad internet da qualche anno. Ripensandoci non so cosa mi abbia affascinato, ma il bello del nostro cervello è che non abbiamo alcun controllo sulle cose che raccoglie e conserva. A volte passano anni prima che tu capisca perché certe cose ti interessano e l'importanza che hanno per te. Oggi quello che amo dell’informatica è la creatività che la guida. L’informatica è un campo dove la creatività si manifesta particolarmente in nuovi prodotti tecnologici, che cambiano significativamente il comportamento, l'abitudine, la mentalità e il quotidiano delle persone. La maggior parte delle persone pensa all’informatica come ad una scienza monolitica, quando in realtà è una scienza ricca di sfaccettature e contaminazioni che possono andare dalla matematica alla psicologia. L’area che più mi piace è l’ingegneria del software, che è l'arte di creare sistemi software di buona qualità. E’ una disciplina ingegneristica che copre tutti gli aspetti della creazione del software, dalla ideazione fino alla distribuzione ed evoluzione”.

Quanto è stata importante in questa sua scelta l'opportunità di avere una facoltà vicino casa come quella dell'Università di Camerino?
“La prima grande decisione nella mia vita è arrivata quando ho dovuto scegliere l'Università. Ho scelto l’Università di Camerino perché Camerino ha sempre avuto un posto importante nel mio cuore, d’altronde proprio nella sede scout di Camerino, all’età di 8 anni, ho incontrato per la prima volta mia moglie Martina. Senz'altro avere il corso di laurea in informatica vicino casa ha garantito una maggiore comodità negli spostamenti e una più facile organizzazione del tempo e del rapporto studio-vita privata. Inoltre un ambiente di studio piccolo e familiare ha sicuramente facilitato la comunicazione tra studente e professore, facendomi sentire a casa. Ho degli ottimi ricordi del mio periodo trascorso al centro di calcolo dell’Università, dove ho lavorato alla mia tesi di laurea sotto la guida amichevole e attenta di Fausto Marcantoni e ricordo ancora la chiacchierata davanti alla macchina del caffè con Alberto Polzonetti che mi ha spinto a muovere i miei primi passi nel mondo della ricerca”.

Diversi studenti di Unicam si sono fatti strada in questo settore e lei ha in parte seguito il percorso del suo collega Ezio Bartocci, passando per gli USA e attraverso la Stony Brook a New York: cosa ha di particolare questa università americana per la formazione e la specializzazione?
“Con Ezio siamo partiti insieme durante il nostro dottorato per visitare la Stony Brook Univerisity e collaborare con i professori Scott A. Smolka e Radu Grosu. E’ stata un’esperienza molto formativa che mi ha dato l’opportunità di mettermi alla prova per la prima volta in un contesto internazionale e di osservare da vicino il sistema universitario americano, che da molti anni guida il mondo della ricerca scientifica. L’università americana è il fulcro dello sviluppo economico dell’intero paese ed è per questo che la ricerca scientifica viene adeguatamente finanziata e valorizzata. Non è un caso che la Silicon Valley si è sviluppata intorno a grandi università come Stanford e Berkeley. Credo che oggi l’università americana può beneficiare di reti intellettuali dinamiche in grado di catturare una comunità scientifica più ricca e diversificata, che è in grado di attirare e formare giovani menti brillanti”.

Com'è approdato all'ateneo milanese Bicocca ed a cosa sta lavorando?
“Sono arrivato a Milano per amore. Mia moglie è un ingegnere civile e aveva trovato lavoro a Milano in un’importantissima multinazionale italiana. Io ero ancora agli inizi, avevo appena finito il dottorato e quindi decisi di seguirla. Da allora, tranne una parentesi in Svizzera all’Università di Lugano, ho sempre svolto ricerca presso l’Università degli Studi Milano-Bicocca. La mia area di ricerca è l’ingegneria del software, con particolare enfasi sul test e l’analisi del software. Oggi sto lavorando allo sviluppo di tecnologie intelligenti che siano in grado di aiutarci nel costruire un software migliore, testando, analizzando e correggendo automaticamente il software e il suo processo di sviluppo. Sviluppare un sistema software senza difetti è una sfida praticamente impossibile e queste tecnologie cercano di prevenire l'introduzione di difetti nel software, di identificarli e rimuoverli automaticamente oppure di predire e gestire autonomamente i fallimenti causati da questi difetti prima che compromettano le funzionalità dell’intero sistema software”.

Che tipo di collaborazione c'è fra le Università italiane nella ricerca sul vostro settore e in che modo si relaziona con i suoi colleghi di Camerino?
“Il mio gruppo di ricerca ha negli anni sviluppato una importante rete di collaborazioni con altri gruppi di ricerca italiani, attraverso la partecipazione e il coordinamento di diversi progetti di ricerca nazionali e internazionali. Abbiamo ottenuto così un livello di eccellenza nella ricerca, evidenziato anche dall’aver ricevuto due ERC grant che sono il massimo riconoscimento a livello europeo. Credo che le collaborazioni tra le Università Italiane sono molto importanti, al fine di creare reti intellettuali che sappiano al meglio soddisfare i bisogni di un mondo in continua evoluzione. Ad esempio, la collaborazione tra le Università di Pavia, di Milano Statale e di Milano-Bicocca ha portato alla nascita di un nuovo corso di laurea in Artifical Intelligence, che ha l’obiettivo di formare nuove figure professionali che sono sempre più richieste dal mondo del lavoro. I miei genitori vivono a Crispiero e quelli di mia moglie vivono a Brondoleto, quindi capita spesso di ritornare e rivedere i miei colleghi di Camerino che sono sempre molto disponibili. Quest’estate ad esempio avevo bisogno di una connessione stabile per svolgere il mio lavoro e Flavio Corradini, che mi ha seguito nel mio Dottorato, gentilmente mi ha ospitato nel suo ufficio”.

In che modo l'informatica è stata utilizzata per fronteggiare l'emergenza Covid-19?
“Nell'ultimo anno il mondo dell'informatica ha sicuramente dimostrato quanto può influire nella vita delle persone. A partire dal telelavoro, passando per lo smart-working, fino agli acquisti online e alle App per controllare i contagi, ha segnato il passaggio ad un nuovo modo di vivere il quotidiano, il lavoro, i rapporti interpersonali. In una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo tutto è portato agli estremi, ma sicuramente la vicinanza forzata a questo tipo di interazioni ci ha già portato a modificare del tutto o in parte il nostro modo di vivere, rivalutando sia l’importanza del contatto umano sia l’importanza dell'informatica. Il Covid-19 ha solo accelerato il processo di trasformazione digitale intrapreso dall'Italia e ha sottolineato il potere della tecnologia e delle competenze informatiche che possono aiutarci a superare la pandemia e la crisi economica che ne deriva”.

Come ha vissuto la pandemia a Milano, in una delle zone più complite da contagi e restrizioni?
“Inizialmente con prudenza, siamo rimasti in casa tutti insieme, senza sapere bene cosa aspettarci. Poi col passare del tempo è subentrata la preoccupazione e infine la paura. Sono stati dei mesi difficili anche perché io e mia moglie lavoravamo in smart-working da casa, ma dovevamo anche organizzare la giornata di due bambini piccoli che non potevano più andare a scuola e chiedevano attenzioni. È stato da un lato molto bello, perché abbiamo passato molto tempo insieme, ma dall'altro molto faticoso per la complessità di conciliare lavoro e famiglia. Oggi mi sento un po' stanco e provato dall'isolamento forzato e da una situazione che non sappiamo quando finirà”.

In questo anno l'università Bicocca come si è organizzata per la didattica?
“In questo ultimo anno l'Università degli Studi di Milano-Bicocca è riuscita a far fronte a tutte le problematiche sorte durante la pandemia e alle variazioni richieste dai DPCM principalmente erogando la didattica a distanza, tramite piattaforme digitali online dove i docenti caricavano video-lezioni, presentazioni e appunti da scaricare. Anche gli esami e le discussioni di laurea si sono svolti a distanza, così da garantire a tutti gli studenti una continuità nel loro percorso di studi. Nei momenti in cui era permesso rientrare fisicamente in Ateneo sono stati previsti dei protocolli e delle misure di sicurezza, atti a proteggere sia i dipendenti dell'Università che gli studenti, utilizzatori di spazi e servizi. Sono stati effettuati anche tamponi gratuiti per tutti i dipendenti dell'Università, a tutela della salute propria e altrui”.


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 13-02-2021 alle 18:32 sul giornale del 15 febbraio 2021 - 5553 letture

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