Dalla Silicon Valley a Camerino, il ricercatore Napolioni torna in Italia: "Impossibile per me passare il resto della vita negli USA"

16' di lettura 06/03/2021 - E' tornato a casa dopo un'intensa e affascinante esperienza negli Stati Uniti, il ricercatore di genetica camerte il dottor Valerio Napolioni, che dal luglio scorso è professore associato di biologia molecolare presso Unicam, dove ha istituito il "Genomic And Molecular Epidemiology (GAME) lab", occupandosi dell’analisi di "BIG-DATA" biologici e di medicina personalizzata.

Dopo aver ha conseguito il dottorato di ricerca in Genetica nel 2011, presso l'Università di Camerino, il suo interesse per i tratti neuropsichiatrici lo ha portato a continuare a lavorare sulla genetica dell'autismo e dell’Alzheimer in diversi atenei, prima come post-dottorato al "Laboratorio di Psichiatria Molecolare, Università Campus Bio-Medico" a Roma, poi in quella di Perugia e negli Stati Uniti a Phoenix (Arizona), quindi in California alla "Stanford University" di Palo Alto.

Rientrato a casa giusto in tempo prima che scoppiasse la pandemia, Valerio Napolioni ha affrontato nel suo campo scientifico le conseguenze causate dal "virus", che continua a studiare anche presso Unicam. Non tutti sanno adeguarsi ad uno stile diverso di abitudini e Valerio, pur attratto dal fascino country e con la passione della musica, contrariamente ad altri suoi colleghi, alla fine ha preferito tornare non solo in Italia, ma nella sua Camerino, la cui nostalgia era diventata di recente sempre più grande.

Cosa l'ha spinta, contrariamente ad altri suoi colleghi, a tornare in Italia, dopo una lunga esperienza all'estero ed in particolare negli Stati Uniti, facendo, possiamo dire, un percorso inverso?
"Si è trattato di una scelta scaturita da un forte disagio esistenziale e socio-culturale maturato attraverso un’esperienza davvero intensa, una vera e propria immersione nel modo di vivere americano. L’individualismo ed il consumismo, tratti distintivi della società americana, si riflettono anche nel modo di relazionarsi con il prossimo. Pensare di riuscire a passare il resto della mia vita in questo modo sarebbe stato impossibile. L’Italia, malgrado i tanti problemi che l’affliggono, è una superpotenza culturale, non solo per il numero di siti Unesco World Heritage, ma per la meravigliosa diversità biologica e culturale degli italiani e del territorio stesso, plasmati da migliaia di anni di storia. Questo fatto, unito alla mia necessità di poter contribuire in modo fattivo allo sviluppo del mio paese e delle sue generazioni future, riportando le importanti competenze professionali acquisite in anni di lavoro presso la seconda Università (Stanford University) nel ranking mondiale, è stato determinante nella scelta definitiva di ritornare in Italia".

Invece cosa l'aveva portata a scegliere e lavorare in America?
"Nel 2011, quando ho trascorso un anno come Visiting Scientist presso l’unità di Neurogenomica del TGen di Phoenix (Arizona), non si è trattato di una scelta, quanto più la necessità di acquisire competenze nel sequenziamento del genoma umano, utilizzando strumentazioni di ultima generazione. In particolare, l’esperienza a Phoenix è stata coordinata dall’Università “Campus-Biomedico” di Roma, in quanto ero stato individuato come futuro direttore tecnico del centro di ricerca sull’Autismo che stavano predisponendo. Situazione ben diversa nel 2015, quando mi sono trasferito alla Stanford University, lasciando l’Università di Perugia dove ero direttore tecnico del centro di sequenziamento genomico. L’esperienza presso l’Università di Perugia è stata segnata da un forte disaccordo con il capo della struttura riguardo il management sia delle risorse umane che quelle tecniche, rimanendo letteralmente tanto disgustato dalla situazione, da decidere di ritornare negli USA. Quattro università statunitensi erano pronte ad accogliermi (University of California San Diego, Oregon Health & Science University, Duke University e Stanford University) la scelta è stata facile…ed ho preso il biglietto aereo per San Francisco, raggiungendo la “mitica” Silicon Valley".

Che bagaglio di esperienza si porta dietro dagli Stati Uniti dove ha sviluppato la sua professione e quali sono i ricordi più belli?
"Un bagaglione direi…delle volte desidero fossero state meno. Tante esperienze aumentano la consapevolezza riguardo la vita stessa e l’incredibile complessità dell’essere umano, con tutti i pro ed i contro. Come dico a tutti coloro che mi chiedono della mia esperienza in USA, vorrei che tutti i giovani riescano a passare almeno uno o due anni di lavoro a migliaia di chilometri lontano da dove si proviene, per conoscere meglio se stessi ed il mondo che ci circonda. In un mondo così globalizzato, esperienze del genere aiutano in modo determinante la formazione umana e professionale dei giovani. Il bagaglio di esperienza che mi porto dietro dagli USA contiene tante cose, professionali, umane e culturali. A livello professionale, avendo lavorando per 5 anni alla Stanford University, che oltre ad essere la seconda università al mondo, è anche la piu’ selettiva, ho acquisito una mentalità scientifica molto rigorosa e l’abilità di maneggiare BIG DATA genetici. L’analisi di centinaia di migliaia di genomi umani ti permette di avere un’idea davvero completa della variabilità genetica umana e come, studiando il nostro genoma, possiamo ottenere informazioni riguardo la probabilità (ed in alcuni casi, anche la certezza) di sviluppare una determinata malattia. L’ambiente lavorativo è molto dinamico, reattivo e variegato in termini di competenze scientifiche. Nel mio laboratorio, ero l’unico genetista, circondato da neurologi, fisici, matematici, psicologi e informatici. Senza considerare il fatto che i ricercatori provenivano da tutte le parti del globo. Dal Sud-Korea alla Nigeria, passando dal Canada al Bangladesh, e chiaramente, tenendo alta, personalmente, la bandiera dell’Italia. A livello umano, ne ho viste di tutti i colori…come era lecito aspettarsi. Dalla sparatoria nel complesso residenziale dove vivevo a Phoenix, alla mia esibizione chitarristica sulla Walk Of Fame di Los Angeles insieme a due tossici locali, passando per quattro anni di matrimonio con una cittadina americana (cerimonia in pieno stile americano, sulle spiagge della Florida), poi, chiaramente naufragato…potrei scriverci un libro… Una cosa che mi ha profondamente colpito, che vorrei ricordare qui, è la grande presenza di giovani Italiani immigrati (legalmente e non), principalmente da piccole realtà del sud Italia, che lavora nella ristorazione. Qualcuno ha avuto successo, ma molti cercano di ottenere la legalizzazione del loro status di immigrato tramite matrimoni fasulli, con amici gay o con settantenni americani condiscendenti. Al tempo stesso, questi ragazzi mettono da parte i soldi, spedendoli alle loro famiglie in difficoltà in Italia. Per molti versi, questa situazione mi ricorda quella descritta nei racconti dei primi immigranti Italiani che sbarcavano a Ellis Island nei primi del ‘900. È passato piu’ di un secolo da allora, ma il “sogno Americano”, per i piu’ disagiati, rimane tale. Ricordi belli ce ne sono davvero tanti, ma potrei dire che l’anno trascorso in Arizona, a Phoenix, è stato il piu’ intenso e divertente che io abbia mai vissuto. Sono stato accolto come un marziano atterrato sulla terra".

Una volta superata la pandemia pensi di tornare a trovare gli amici che ti sei fatto negli Usa?
"Assolutamente. Ho lasciato tanti amici in giro per gli USA, sia in ambito professionale che privato. Con molti ricercatori ancora collaboro e ci sentiamo regolarmente online. Per altri, essendo gli USA una realtà molto dinamica, per non dire quasi instabile, è possibile che si siano trasferiti dalla ovest alla costa est (5000 chilometri). Quindi prima di tornare a trovarli, devo capire bene l’itinerario…in USA è sempre tutto grande".

In questo anno contrassegnato dalla pandemia e dove si è diviso tra Usa e Italia, che tipo di ricerche ha fatto se si è occupato del Virus?
"Come membro (l’unico appartenente ad una istituzione Italiana - UNICAM) del Million Veteran Program, la più grande biobank degli USA, che include il genoma e le informazioni cliniche di circa un milione di Veterani americani, sto partecipando ad uno studio per l’identificazione dei determinanti genetici alla suscettibilità clinica al Covid-19, nonché della risposta ai trattamenti farmacologici (farmacogenomica). I risultati iniziali confermano l’associazione del gruppo sanguigno A con un aumentato rischio di quadro clinico severo a seguito dell’infezione da Covid-19, originalmente riportato da uno studio Europeo. Diversamente dagli studi Europei, il nostro studio include anche soggetti di altra etnia (Afro-American ed Ispanici/Latinos) che, dai primi dati ottenuti, non sembra mostrino lo stesso effetto riguardo il gruppo sanguigno A. Al tempo stesso, abbiamo notato una sorprendente prevalenza dell’infezione da Covid-19 nel gruppo degli Afro-Americani rispetto ai “Bianchi” o agli “Ispanici”. La percentuale di Afro-Americani infetti da Covid-19 rispetto ai “Bianchi” è quasi doppia. Chiaramente, le differenze socio-economiche, nonché culturali, hanno portato a questa incredibile differenza. L’America è famosa per le sue contraddizioni…questa è semplicemente l’ennesima conferma".

Anche in base ai suoi studi sulla genetica in generale, che idea si è fatto sul virus, sulle sue origini e su quanto ne è seguito, compresi i modi e le tecniche per fronteggiarlo?
"Viviamo in tempi dove lo scambio di informazioni avviene ad una velocità pazzesca. Al tempo stesso, il movimento dei singoli individui da un continente all’altro avviene in meno di 24 ore. Per esperienza personale, dall’imbarco aereo a Falconara, passando per Monaco di Baviera, mi ritrovavo a San Francisco nel giro di 17-18 ore. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno mai sperimentato finora dall’umanità. I mass-media ed i social network non aiutano “l’uomo della strada” a comprendere cosa sta accadendo. L’umanità ha affrontato epidemie e pandemie nel passato, con il risultato che parte della popolazione viene “selezionata”, biologicamente parlando. Ciononostante, il nostro mondo del 21emo secolo ha raggiunto un livello di quasi-saturazione demografica mai raggiunto prima (dal 1800 ad oggi, siamo passati da un miliardo a quasi 8 miliardi). Riguardo l’origine del virus, concordo con il fatto che sia i cambiamenti climatici che il boom demografico cinese abbiano contribuito all’insorgenza del virus alle sue origini. Non dimentichiamoci che la maggior parte dei virus influenzali hanno origini asiatiche. Questo è attribuibile sia a dei motivi demografici (densità di popolazione) che culturali (ad es. vedi mercati asiatici). Difficile fronteggiare questo virus, indubbiamente. La percentuale di asintomatici è intorno al 10% della popolazione. I ricercatori e le case farmaceutiche sono stati in grado di sviluppare diverse tipologie di vaccini in meno di un anno. Indipendentemente da tutti i possibili modelli probabilistici, algoritmi e sistemi di tracciamento vario, l’unico modo effettivo per contrastarlo è cercare di “mettersi l’anima in pace”, cercando di ridurre il piu’ possibile qualsiasi attività sociale non necessaria. È molto triste dire questo, perché alla base della nostra realizzazione individuale, abbiamo bisogno di confrontarci con il prossimo, altrimenti è come vedersi allo specchio dalla mattina alla sera. Purtroppo, siamo arrivati a questo punto e tutti pagheranno delle conseguenze dirette o indirette. Non a caso, Papa Francesco, molto piu’ lungimirante e saggio dei vari Elon Musk o Mark Zuckerberg (ancora la dicotomia tra Italia e Silicon Valley), come espresso nella sua enciclica “Laudato Si”, nonché nella scelta del suo nome come Papa Francesco, aveva capito che siamo arrivati ad un punto di non ritorno in ambito ecologico".

Tra le caratteristiche più incontrollabili e difficilmente individuabili di questa pandemia mondiale, ci sono gli asintomatici, perché sono così tanti e ci sono modi per individuarli?
"Lo spettro clinico dell’infezione da Covid-19 è sicuramente una delle principali problematiche attribuibili a questo virus; questo non ci permette di controllare il suo movimento nella popolazione. Abbiamo una larga fetta della popolazione asintomatica che non mostra alcun evidente segno clinico. Al tempo stesso, abbiamo decessi dovuti a polmoniti bilaterali, nonché quadri clinici estremi che compromettono la funzionalità circolatoria, quindi manifestandosi come episodi cardiovascolari. Quindi l’infezione da Covid-19 può avere effetti davvero contrastanti. Da un punto di vista strettamente scientifico, ancora sappiamo davvero poco riguardo i meccanismi di azione del virus. Ciò non è sorprendente, visto che l’intera comunità scientifica ancora sta studiando i meccanismi molecolari dei piu’ temibili agenti infettivi, dall’HIV all’Ebola. Difficile dire perché tanti asintomatici. Probabilmente perché qualche fattore genetico li protegge dalle manifestazioni cliniche piu’ severe. I piu’ saranno ignari del fatto che una determinata variante genetica umana, nel gene CCR5 (variante delta32), protegge dall’infezione da HIV. Circa il 20% della popolazione europea è portatrice di questa variante, che è stata selezionata naturalmente, a seguito della peste nera. La variabilità genetica e biologica umana è un mistero in continua evoluzione. I miei sforzi scientifici sono incentrati sullo studio di questo mistero affascinante che è alla base di tutta la variabilità umana. L’unico modo per individuare gli asintomatici è effettuare screening massivi su tutta la popolazione. Ma i tempi e le modalità dovrebbero essere talmente tempestivi (uno screening da effettuare per 60 milioni di individui nel giro di un mese), che difficilmente la macchina organizzativa sarebbe in grado di sostenere".

Perché il virus attacca in forma più o meno grave le persone di varie età? Sono stati fatti studi in tal senso e quali sono stati i risultati?
"Ci sono diverse ipotesi e dati preliminari che supportano sia la presenza di un quadro di suscettibilità genetica individuale che meccanismi biologici, correlati all’età, di natura sia epigenetica che ambientale. Indubbiamente, da un punto di vista immunitario e metabolico, il soggetto che raggiunge i 60 anni di età ha un quadro biologico sistemico che non può essere comparabile ad un 30enne o ad un 40enne. Ma questo tipo di studi richiedono tempo ed attenzioni particolari che difficilmente possono essere soddisfatti in modo rigoroso e applicabile a livello clinico nel giro di un anno".

Sul fatto delle varianti del virus, come si riconoscono, in che modo vengono ribattezzate e soprattutto che incidenza hanno rispetto alla base del Covid-19?
"Le varianti del virus vengono identificate tramite approcci di genomica comparativa, utilizzando il primo ceppo del virus sequenziato come referenza. Successivamente, tramite il sequenziamento del genoma dei vari isolati virali (ottenuti attraverso sforzi di biobanking e di collaborazioni inter-istituzionali, nonché internazionali), i genomi ottenuti vengono comparati per capire se ci sono differenze nel loro codice genetico - il loro nome – ne abbiamo sentiti diversi (variante Inglese, Brasiliana, etc.) viene attribuito semplicemente in base al luogo dove è stata inizialmente identificata. Ma la famosa variante Inglese potrebbe provenire dalla Danimarca o dalle isole Far Oer. È solo una convenzione, che spero non porti ad un ulteriore aumento nella xenofobia dilagante oggigiorno. Cosa che dovremmo evitare in ogni modo, pur rimanendo orgogliosi delle proprie radici. E’ un esercizio difficile, ma ne varrà la pena…"

In che modo secondo lei va impostata la campagna di vaccinazione sia per arginare il virus più immediatamente che per arrivare ad una immunità di gregge che non è facile da perseguire in tempi brevi?
"La campagna di vaccinazione va fatta, nei tempi piu’ rapidi possibili. Negli ultimi anni abbiamo tutti assistito ad una campagna no-vax relativamente ad Autismo e altri disturbi comportamentali/cognitivi dello sviluppo. Purtroppo, la pseudo-democratizzazione dell’informazione via mass-media/social network va a scapito delle informazioni offerte da scienziati autorevoli e del personale implicato direttamente nelle ricerche scientifiche in atto. Capisco che questa affermazione possa rappresentare un interesse di parte, essendo un ricercatore scientifico; ma bisognerebbe applicare un principio di onestà intellettuale per cui se la tua macchina si ferma in mezzo ad un’autostrada, si dovrebbe chiamare l’ACI e non il pronto soccorso. Detto cio’, la mia opinione, estremamente pragmatica, sarebbe quella di avere un lockdown totale di 6 mesi-1 anno, dove ogni cittadino venga vaccinato casa per casa. Si tratterebbe di un anno in total lockdown, che ci permetterebbe però di “rientrare in pista” al 100% nel 2022. Altrimenti rischiamo di avere una situazione instabile (economicamente, socialmente e psicologicamente parlando) fino al 2024".

Di recente, dallo stesso Bill Gates, sono stati lanciati altri appelli come quello di prepararsi ad altre pandemie che saranno le nuove guerre globali. Che lettura dà a questa visione del magnate americano?
"Bill Gates è una persona encomiabile, per lo sforzo profuso nel supportare iniziative scientifiche globali. Ha perfettamente ragione nel lanciare appelli ad altre pandemie che saranno le nuove guerre globali. Ciononostante, conoscendo abbastanza bene gli americani, invito tutti a non esagerare nell’osannarlo. Sensi di colpa a parte, il magnate Americano, gioca un ruolo chiave sia nell’economia che nello status culturale americano. Malgrado la “democrazia” americana sia considerata la “piu’ grande democrazia occidentale”, il concetto di 1 testa=1 voto, non vale nel mitico sistema democratico americano. Il sistema elettorale americano ha la grossa influenza dei finanziatori".

Su cosa ci concentrerà il suo lavoro di ricerca ad Unicam, quali sono i temi principali da affrontare su un territorio dove l'età della popolazione e quali sono le strategie per fronteggiare i problemi socio sanitari?
"Sono incredibilmente felice di essere tornato ad Unicam, dove mi sono laureato ed ho ottenuto il mio dottorato di ricerca. Ringrazio tutti coloro che mi hanno accolto e hanno facilitato il mio re-inserimento nella comunità locale. A parte questa premessa, dallo scorso luglio ad oggi, ho avviato il laboratorio di Epidemiologia Genomica e Molecolare (GAME lab.) presso la scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria di Unicam. Ci stiamo occupando di analisi su BIG DATA genomici, cercando di stabilire un centro di eccellenza, alquanto unico nel centro-Italia. Gli sforzi principali saranno focalizzati sulla genetica della longevità e sulle malattie correlate all’invecchiamento (Alzheimer’s, Parkinson’s e malattie cardiovascolari). Il tutto sarà incentrato sullo sviluppo di attività di ricerca che possano valorizzare il territorio in base alle sue peculiarità, nonché supportare le attività di ricerca già in atto ad UNICAM che richiederanno competenze genomiche e di analisi di BIG DATA. Il tutto in un’ottica di larga collaborazione e di sviluppo condiviso per l’intero comprensorio Camerte".


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 06-03-2021 alle 16:03 sul giornale del 08 marzo 2021 - 2578 letture

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