Dalla morte del principe Filippo alla graduale riapertura. Simona, prof camerte dall'Inghilterra: "Lockdown serio ed efficace campagna vaccinale"

12' di lettura 14/04/2021 - L’Inghilterra è una delle nazioni preferite per lavorare e vivere da molti italiani, così come da diversi camerti.

Fra questi c’è anche la Prof. Simona Ceschini, che vive in Gran Bretagna da oltre 20 anni ed insegna biologia alle scuole superiori ed è anche responsabile dello sviluppo del curriculum in Science. Laureatasi all’Università di Camerino nel 1994 presso la Scuola di specializzazione in Biochimica e Chimica Clinica nel 1998, nel laboratorio del Prof. Fioretti, la dott. Ceschini si è poi trasferita nel 1999 a Canterbury, dove ha lavorato come ricercatrice con una borsa di studio presso la casa farmaceutica Pfizer. Successivamente è stata assunta come ricercatrice prima all'Istitute of Cancer Research (Londra) e poi alla Scuola di Cristallografia alla University College of London.

Dopo una pausa dal lavoro, dovuta alla maternità e nella quale si è dedicata prevalentemente alla famiglia, ha deciso di dare una svolta anche alla professione. Quando i figli sono andati a scuola, la biochimica camerte ha ottenuto l’abilitazione all’insegnamento (il PGCE - post graduate certificate in education) e ora insegna biologia alle scuole superiori. Vive a Hitchin, un paese di circa 30.000 abitanti nelle campagne tra Londra e Cambridge, con il marito (anche lui italiano), i suoi due figli (di 14 e 17 anni) e un cane (Cocker Spaniel).

In questi giorni la nazione sta vivendo un altro grande lutto che ha colpito la famiglia Reale, come la morte del principe Filippo di Edimburgo, marito della regina Elisabetta e padre di Carlo principe del Galles. E’ il secondo grande ed importante lutto subito dalla famiglia di Buckingham Palace dopo quello tragico (nonché misterioso) dell’agosto del 1997 di Lady Diana, che perse la vita in un tragico incidente stradale a Parigi, all’interno del tunnel del Pont de L’Alma insieme al suo compagno e imprenditore cinematografico e discografico egiziano Dody Al-Fayed.

Proprio in questo periodo l’Inghilterra sta studiando una graduale riapertura, che probabilmente gli permetterà di tornare per prima alla normalità.

Innanzitutto, iniziamo dai fatti recenti. Come hanno accolto gli inglesi la morte del principe Filippo di Edimburgo, marito della Regina Elisabetta?
“L’Inghilterra è ormai divisa tra chi pensa che la monarchia sia obsoleta e chi ne è ancora un convinto sostenitore. Di conseguenza le risposte sono state le più svariate. Visite, lacrime e fiori lasciati davanti Buckingham Palace, messaggi di cordoglio sui social media, ma anche proteste alla BBC per aver cancellato la classica scaletta serale, sostituita da programmi commemorativi sulla vita del principe Filippo”.

Dopo quello della tragica fine di Diana questo di Filippo è il secondo grande lutto fra le figure più importanti di Buckingham Palace. Lei che ha vissuto queste due esperienze in posti diversi, che idea si è fatta sul rapporto fra queste due persone, molto amate dal popolo inglese e personalmente come ha reagito?
“Quando morì Diana, nel 1997, ero ancora in Italia. Ricordo le immagini del tunnel, della macchina, della marea di persone davanti Buckingham Palace. Ho vissuto la vicenda da estranea, da italiana. Devo comunque dire che sapere della morte di Diana mi colpì tantissimo e ricordo che stupì tutto il mondo. Diana era riuscita ad accattivare non solo gli inglesi. La favola, il tradimento, la bellezza, gli uomini, le storie hanno fatto parte dell’immaginario di milioni di persone. Sapevamo tutto di Diana, la principessa triste. Non credo che il principe Filippo sia riuscito a raggiungere la stessa fama. All’estero è ricordato principalmente per le gaffe che faceva continuamente. In Inghilterra è ricordato come il consorte che per 73 anni è stato vicino alla Regina, sostenendola, ma senza mai metterla in ombra. Filippo è stato apprezzato per il suo impegno a fianco della regina, ma Diana era riuscita a raggiungere il cuore di tutti, come persona, no come membro della famiglia reale”.

Lei è approdata in Inghilterra come ricercatrice con una borsa di studio alla Pfizer, che è una delle principali case farmaceutiche produttrice di vaccini e concorrenziale all’Astra Zeneca che è il più economico ed è realizzato dalla multinazionale biofarmaceutica anglo-svedese. Che idea si è fatta sia sull’efficacia dei vaccini e sulla loro differenza di utilizzo?
“Tutti i vaccini, inclusi Pfizer e Astra Zeneca, sono passati attraverso rigorosi test clinici, non si sono prese scorciatoie, si è solo investito di più in soldi, risorse umane e tempo. Dopo tutto il target è quello di poter uscire da questa pandemia il più presto possibile. Le compagnie farmaceutiche non decidono se i vaccini sono efficaci, i risultati vanno sottoposti al vaglio delle agenzie del farmaco (Aifa in Italia MHRA in UK) che sono organi indipendenti. I dati clinici hanno confermato che i vaccini sono efficaci e che sono sicuri. Alcuni effetti collaterali, anche seri, sono venuti alla luce, visto il numero di persone che vengono vaccinate rispetto alle persone che hanno partecipato ai test, ma sono costantemente monitorati e rivisti. Di conseguenza il loro utilizzo viene aggiustato nel tempo. Bisogna ricordare sempre che questi effetti sono molto rari. Io ho fiducia nella ricerca e penso che ci sia il dovere da parte dei governi, ma soprattutto dei media, di dare alle persone le giuste informazioni. Tutti i giorni si prendono medicine che hanno effetti collaterali peggiori dei vaccini. Alcune volte mi chiedo se TV e giornali, invece di informare e rassicurare abbiano giocato sulle emozioni della popolazione”.

All’inizio della pandemia l’Inghilterra sembrava aver preso alla leggera la gravità del virus, poi ha superato la fase emergenziale con grandi sacrifici, ma con scelte anche azzardate e allo stesso tempo efficaci. Quindi ha effettuato una grande accelerazione e questo dovuto probabilmente al fatto che ha potuto gestire la situazione in autonomia per l’uscita dall’Europa (tra l’altro molto contestata dagli altri paesi del Regno Unito) ed ora con i vaccini è avanti a tutti per il numero di immunizzati e si avvia a riaprire step by step. Come ha vissuto lei e come hanno reagito all’evolversi della situazione della pandemia gli inglesi e quali sono state le scelte vincenti, visto che anche altri paesi anglosassoni come Australia e Nuova Zelanda sono molto avanti sul ritorno alla normalità?
“Sicuramente a marzo dello scorso anno l’Inghilterra non era pronta. Il Covid-19 era un'influenza che colpiva gli ultra ottantenni, dicevano. A metà marzo sia io che mio marito ci siamo ammalati e posso confermare che il sistema sanitario nazionale non aveva idea di come affrontare l’emergenza. Da insulari, non si erano guardati attorno e non avevano capito cosa stava succedendo in Europa. Basti pensare che io arrivai al pronto soccorso con tutti i sintomi Covid-19, i raggi X confermarono una polmonite e fui rimandata a casa senza nemmeno aver fatto il test; non erano attrezzati per fare il test a meno che non si fosse ospedalizzati. Molte persone si aggravarono e morirono a casa perché i pronto soccorso erano pienissimi e il numero di emergenza da chiamare dava consigli inutili. In un anno hanno imparato dai loro errori. Appena i numeri di deceduti e pazienti in terapia intensiva sono aumentati si è andati in lockdown, un serio lockdown, tutto chiuso, per più di 3 mesi a partire dal 16 dicembre. Nel frattempo è partita un'efficace campagna vaccinale. Gli inglesi sono molto orgogliosi del loro sistema sanitario nazionale (NHS), basti pensare che lo slogan di questa pandemia è stato PROTECT THE NHS (a cui sono stati tagliati moltissimi fondi); per questo, credo, l’adesione al programma vaccinale è stata incredibile. Ad oggi più di 33 milioni di inglesi hanno ricevuto la prima dose e più di 8 milioni la seconda. Il testing è ora considerato fondamentale: a scuola per esempio docenti e studenti fanno il test veloce due volte a settimana, soprattutto per identificare gli asintomatici. Ed ora chiunque può ordinarli e riceverli a casa”.

In che modo la pandemia ha toccato la sua città, che è molto più piccola della metropoli londinese e come gli impeccabili britannici hanno rispettato le regole?
“L’aspetto più evidente di questa pandemia in un paese piccolo come Hitchin è stato la chiusura di molti negozi e attività indipendenti. Ovviamente, come ho già detto, abbiamo avuto un secondo lockdown durante il periodo natalizio che ha dato il colpo di grazia a chi già era stato colpito dal primo. Devo dire che gli inglesi però si sono rimboccati le maniche ed anche il più piccolo dei negozi ha sviluppato e creato il suo sito online, dove i clienti possono ancora ordinare una grande varietà di prodotti. Molti ristoranti si sono attrezzati per fornire take-aways. A Hitchin in molti si sono sentiti in dovere di aiutare il più possibile i commercianti in difficoltà e hanno preferito comprare prodotti locali piuttosto che fare affidamento solo su Amazon. Si è creato un fantastico spirito civico e solidale. Riguardo le regole, generalmente sono state rispettate, anche se, come in tutti i paesi, c’è chi ha cercato l’escamotage. Ma, per lo meno qui a Hitchin, sono stati fenomeni rari”.

Ora veniamo a lei, cosa l‘ha spinta a lasciare la ricerca per l’insegnamento alle superiori e anche di restare a vivere in Inghilterra?
“Per qualche anno mi è stato difficile coniugare la ricerca e i figli. Viaggiare da Hitchin a Londra tutti i giorni era faticoso. Durante il periodo in cui ho lavorato all’Università, ho scoperto che l’aspetto del lavoro che mi piaceva di più era insegnare. Ho quindi pensato che l’insegnamento mi avrebbe permesso di lavorare localmente e di passare più tempo con la famiglia. Ho quindi frequentato l’università per un anno e ho preso il PGCE che è la qualifica per diventare insegnante. Fortunatamente qui non ci sono concorsi e quindi non ho dovuto aspettare molto per il mio primo lavoro da insegnante. Quando sono arrivata in Inghilterra, il piano era di rimanere un anno, forse due per imparare bene l’inglese. Il lavoro all’ICR (istituto di ricerca sul cancro) mi piaceva molto, il gruppo con cui lavoravo era eccellente. In quel periodo sarebbe stato difficile trovare qualcosa di simile in Italia, che non fosse comunque lontano da casa. Nel frattempo ho incontrato mio marito, poi sono arrivati i figli e dopo 22 anni, sono ancora qui”.

In che modo è andata avanti la didattica nelle scuole primarie, secondarie e superiori inglesi, quanti giorni sono stati persi e come ci si è organizzati per l’ultima parte anche con la campagna vaccini in corso e l’avvio della prima fase delle riaperture?
“Primarie e secondarie sono andate di pari passo. Durante il primo lockdown ovviamente si è insegato completamente in DAD. A maggio dello scorso anno le scuole hanno riaperto ai figli degli “essential-workers”, i ragazzi vulnerabili e i ragazzi che erano di esame quest’anno. Noi insegnanti avevamo turni a scuola e quando non eravamo a scuola insegnavamo in DAD. Lo scorso anno tutti gli esami sono stati cancellati. A settembre abbiamo ripreso l’insegnamento faccia a faccia fino al secondo lockdown, durante il quale abbiamo insegnato in DAD, ma le scuole sono sempre rimaste aperte per le stesse categorie di studenti che ho già menzionato. Da fine marzo le scuole sono di nuovo aperte per tutti. Gli studenti entrano ed escono ad orari leggermente diversi, i ragazzi dei vari anni scolastici non si possono mescolare e sono in diverse aree della scuola. Ogni domenica e mercoledì sera facciamo tutti il test veloce e se c’è un caso positivo, va segnalato alla scuola, che con il proprio “track and trace” contatta tutti quelli che sono stati in contatto con l’individuo positivo per cominciare l’isolamento a casa per 10 giorni. Ovviamente c’è anche l’obbligo di indossare le mascherine”.

Tiene ancora rapporti con i colleghi universitari e suoi professori di Unicam?
“Ogni volta che torno in Italia visito sempre Camerino. La maggior parte dei miei amici vive e lavora li, molti all’università. E’ una tappa che non manco mai. Quando esco dalla superstrada e vedo Rocca Varano è come tornare a casa”.

In che modo si relazione con i suoi famigliari in Italia?
“Io sono figlia unica e non è stato facile per i miei adattarsi al fatto che ho deciso di rimanere in Inghilterra. Prima della pandemia i miei mi venivano a trovare spesso, soprattutto per passare tempo con i nipoti. Anche dopo avere perso mio padre, mia madre ha continuato a venire da sola. Negli anni passati siamo sempre riusciti a vederci regolarmente. Molte volte tornavo per un fine settimana veloce senza la famiglia al seguito, per passare un po’ di tempo con mia madre. L’estate l’ho sempre passata in Italia con mio marito e i miei figli. Purtroppo l’anno scorso non sono potuta tornare, e tutti i contatti sono via video. Non è la stessa cosa, ma la tecnologia aiuta. Spero qualcosa cambi quest’anno, ma per ora Mr. Johnson non ha comunicato nulla di definitivo riguardo i viaggi all’estero”.


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it







Questo è un articolo pubblicato il 14-04-2021 alle 12:11 sul giornale del 15 aprile 2021 - 915 letture

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