L'omicidio di Aldo Moro e quel legame con Serravalle

4' di lettura 09/05/2022 - Il piccolo comune dell'entroterra maceratese di Serravalle di Chienti è stato legato per molti anni al caso dell'uccisione del presidente della DC Aldo Moro, il cui corpo fu ritrovato esattamente 44 anni fa, il 9 maggio del 1978 in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault 4 Rossa, che i brigatisti avevano rubato ad un piccolo imprenditore di origini serravallesi a Roma, quale Filippo Bartoli.

Sono stati anni tremendi quelli cosiddetti di "piombo" e caratterizzati dal terrorismo per Filippo Bartoli, che era molto legato alla frazione di Dignano di Serravalle di Chienti, dove vive tutt'ora una sua figlia ed anche lui aveva una casa dove trascorreva spesso le vacanze e le festività.

Ora, quella sua Renault 4 Rossa che è stata rimessa a nuovo, affinché possa ricordare Moro e le atrocità del terrorismo, è esposta al Museo Storico delle auto della Polizia di Stato a Roma. Dopo 40 anni la Renault 4 di Filippo Bartoli era tornata in via Caetani per le celebrazioni della memoria. Finché non fu scagionato, Bartoli visse un periodo tremendo, tra la paura che qualche terrorista lo coinvolgesse e dall'altra la sicurezza della sua estraneità ai fatti. Deceduto nel Natale del 2013 all'età di 77 anni, Filippo Bartoli ha confidato spesso ai suoi amici di Serravalle di Chienti quei momenti di tensione, di paura, che ha condiviso anche con la moglie, la quale ha cercato sempre di tranquillizzarlo.

L'ex sindaco di Serravalle di Chienti e simbolo del sisma del 1997 Venanzo Ronchetti (a quei tempi consigliere), ricorda così quei periodi con Filippo Bartoli. "Ogni volta che veniva a Dignano - dice Ronchetti - raccontava tutto quello che aveva passato. Le paure più grandi era quando doveva presenziare agli interrogatori dei brigatisti, sempre in pratica, con la paura che qualcuno di loro lo tirasse in gioco. A lui la macchina l'avevano rubata verso la fine di marzo a Roma ed aveva fatto regolare denuncia. Quando hanno ritrovato il corpo di Moro, nel bagagliaio c'erano ancora sacchi di bitume e sabbia per aggiustare le buche sulle strade di Roma, che era il suo lavoro con la piccola azienda familiare di edilizia stradale".

Perché gli investigatori lo hanno tenuto per lungo tempo sotto controllo?
"In realtà non se lo spiegava nemmeno lui e questo non lo lasciava tranquillo pur consapevole che non c'entrava nulla col rapimento e l'uccisione di Moro. Probabilmente, ragionando insieme, forse perché a Dignano, oltre a lui aveva una casa anche il prof. Giuseppe Giunchi, anch'egli legato a questa zona, che era il medico personale di Aldo Moro e lo è stato anche di diversi capi di Stato e del Papa. Questo fatto ha portato gli investigatori a seguirlo, sia di notte che di giorno e insieme alla moglie a Roma. Un giorno due agenti in borghese gli si avvicinarono, lo identificarono e gli dissero che dovevano seguirli in centrale, lui scherzosamente gli rispose: alla centrale del latte? Poi si sentì dire in Questura e quindi s'impressionò. Tornò a casa stanco e stravolto dopo circa 7 ore di interrogatorio e non riusciva a capire il perché".

Quali altri paure lo perseguivano?
"Quella più grande – ricorda Ronchetti - era di essere tirato dentro il caso da qualche brigatista che cercava alibi. Mi raccontò anche di un episodio mentre si recava in carcere a Rebibbia per assistere agli interrogatori dei brigatisti finiti dentro per il rapimento e l'uccisione di Moro. Quando era con i poliziotti che lo scortavano si sentì chiamare per nome e mi ha detto che gli si è gelato il cuore per un qualche minuto. Dopo il chiarimento, si trattava del cuoco del carcere con cui aveva fatto il militare insieme, ma dalla paura nemmeno lo ha riconosciuto sul momento. Quando i ricordi si sono schiariti, così come l'equivoco, ha tirato un grosso sospiro di sollievo. Un racconto che ha rattristato anche me".

Sulle sorti della famosa Renault 4 Rossa di Bartoli, diventata un cimelio, qualche anno fa si parlò di un possibile ritorno anche a Serravalle di Chienti. Cosa c'era di vero?
"Sì, perché riavere l'auto interessava anche a noi, considerato che fece parlare molto, anzi, addirittura la nostra a zona fu battuta anche durante le ricerche del caso Moro, come altri luoghi tipo il lago della Duchessa vicino Roma, dove si pensava che avevano portato Moro durante il sequestro. Anche noi volevamo farne un cimelio. Poi è finita in un museo delle Forze dell'Ordine a Roma".








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 09-05-2022 alle 18:07 sul giornale del 10 maggio 2022 - 914 letture

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